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Stanley Kubrick vs. Robert Altman | Ma chi è stato davvero il regista più grande?

Dopo De Niro vs. Pacino, torniamo sul ring di Fight Corn con due pesi massimi. Ma chi vince?

Robert Altman vs. Stanley Kubrick sul ring del nostro Fight Corn.
Freshly Popped

ROMA – Dopo la prima sfida tra i due James Bond (che potete rileggere qui), le due Lisbeth Salander (qui), le due Catwoman (qui) l’affascinante Gatsby di DiCaprio contro quello di Redford (qui), la sfida tra due fuoriclasse della regia come Christopher Nolan e David Fincher (qui), nonché il duello definitivo tra due titani come Robert De Niro e Al Pacino (qui), ci risiamo: questa volta nella nuova puntata di Fight Corn vi invitiamo a salire sul ring per assistere allo scontro tra due pesi massimi della regia, un confronto quasi impossibile. Quale? Stanley Kubrick contro Robert Altman. Siete pronti? E allora prendete posto.

Kubrick vs. Altman, che lo scontro abbia inizio.

STANLEY KUBRICK – «Se può essere scritto, o pensato, può essere filmato». Così diceva Stanley Kubrick a proposito del mezzo filmico e per certi versi può essere interpretata come la chiave di comprensione del suo cinema. Lui, nato fotografo – celebri i suoi scatti per la rivista Look tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta – per poi esordire con quel Paura e desiderio del 1953 da lui ritenuto come: «Un tentativo serio realizzato in modo maldestro». Seguiranno, a ruota, Il bacio dell’assassino (1955) e Rapina a mano armata (1956) con un grande Sterling Hayden.

Un’immagine di Rapina a mano armata.

L’anno seguente la svolta, con Orizzonti di gloria – primo vero capolavoro – che nel dar vita al mini sodalizio con Kirk Douglas – proseguito poi con il successivo Spartacus (1960) – regalerà ai posteri una delle più feroci riflessioni sulla disumanità della guerra e il valore degli uomini. Poi saranno gli anni sessanta di Lolita (1962), Il dottor Stranamore (1964) – una black-comedy di razza sulla paura dell’atomica con un tris di Peter Sellers da sogno – ma soprattutto 2001: Odissea nello spazio (1968), forse il più grande film di tutti i tempi perché capace di trascendere il mezzo filmico per assurgere alla simulazione. Una profezia di near-future, ovvero: ciò che gli uomini degli anni Sessanta immaginarono sarebbe stato il nuovo millennio.

Malcolm McDowell in Arancia meccanica.

Gli anni Settanta e Ottanta, dalla produzione sempre più eclettica, videro Kubrick raggiungere lo status di leggenda inanellando tre capolavori: Arancia meccanica (1971), seguito da Barry Lyndon (1975) – quest’ultimo nato dalle ceneri di quel Napoleon su cui cadde un velo di sfiducia dopo il flop di Waterloo di Sergey Bondarchuk – e poi ecco Shining (1980) dall’eco filmico più forte con il passare negli anni. Basterebbe questo, invece nel 1987 ecco anche Full Metal Jacket, un affresco cinico e crudele sulla guerra che distrugge e disumanizza con Matthew Modine a cantare la marcetta di Topolino. Ultimo atto: gli anni Novanta con Eyes Wide Shut (1999) e la coppia Cruise & Kidman, l’atto finale, il colpo di coda della produzione filmica ultimato in post-produzione dall’amico Steven Spielberg, un’opera tanto affascinante quanto enigmatica.

Matthew Modine nella scena iniziale di Full Metal Jacket.

ROBERT ALTMAN – Andiamo con ordine: Altman si fa conoscere negli anni Sessanta con Conto alla rovescia (1968) e Quel freddo giorno nel parco (1969), cult senza tempo, ma di rodaggio, per scaldare i motori. La sua produzione negli anni Settanta, eclettica, mutevole, new-hollywoodiana al massimo, è forse quanto di più vicino a un dono del cielo. Si parte con Anche gli uccelli uccidono – moderno Icaro mai giustamente celebrato – e MASH, forse il miglior atto d’accusa verso il Vietnam, entrambi del 1970. Ed è solo l’inizio. Di anno in anno Altman si migliora, cresce, esplora i generi: I compari (1971), il più grande western revisionista mai realizzato, Images (1972), riflessione sulla vacuità dei rapporti umani con Susannah York, Il lungo addio (1973), tramonto-e-rinascita del noir cucito addosso a un magnifico Elliott Gould (a cui deve molto Vizio di forma di P.T. Anderson…).

Elliott Gould ne Il lungo addio.

E ancora: Gang, commedia figlia spirituale dell’immortale Gangster Story di Arthur Penn e quel California Poker che di quel genere, al pari del contemporaneo 40.000 dollari per non morire, fu maestro e guida. Entrambi datati 1974. Il colpo da maestro però è Nashville (1975), probabilmente il più grande film hollywoodiano mai realizzato, un canto d’amore country che punta dritto al cuore dell’America, un capolavoro assoluto. Poi fu la volta di Buffalo Bill e gli indiani (1976) neo-western mistico e irriverente con Paul Newman che andrà poi a ripetersi nel misconosciuto sci-fi distopico Quintet (1979). A seguire, Tre donne (1977) con un trio da sogno: Shelley Duvall, Sissy Spacek e Janice Rule, Un matrimonio (1978) e Una coppia perfetta (1979).

Nashville
Un dettaglio di un capolavoro: Nashville.

Poi saranno gli anni Ottanta, forse il periodo minore di Altman, capace però di dare alla luce opere indimenticabili come Jimmy Dean, Jimmy Dean (1982), Streamers (1983), Secret Honor (1984). E se è vero che all’indomani di Non giocate con il cactus (1985) e Terapia di gruppo (1987) sembrava che il genio di Altman si fosse esaurito, ecco gli anni Novanta inaugurati dal durissimo Vincent & Theo (1990), sui fratelli Van Gogh, a cui seguiranno il meta-cinematografico I protagonisti (1992), un altro capolavoro come America oggi (1993) – forse l’unico vero erede di Nashville per struttura e stile –, Prêt-à-Porter (1994) con l’omaggio alla scena madre di Ieri, oggi, domani che è puro sogno cinematografico e poi Kansas City (1996), Conflitto d’interessi (1998) e La fortuna di Cookie (1999).

America Oggi.
Tim Robbins in una scena di America Oggi.

Finita? No. Non è finita, perché negli anni Duemila il suo estro creativo c’è ancora, è vivo, non accenna a fermarsi, inanellando quattro film uno più bello dell’altro, tutti corali, di quelli che per un qualsiasi altro regista rappresenterebbero i film della vita ma che per Altman sono null’altro che opere minori: Il dottor T e le donne (2000), Gosford Park (2001) che darà poi all’autore dello script, lo sceneggiatore Julian Fellowes, il definitivo là creativo per Downton Abbey, The Company (2003) e Radio America (2006).

Kubrick vs. Altman, chi ha vinto?

IL VERDETTO – Praticamente impossibile decretare un reale oltre che unico vincitore. L’uno, Kubrick, dal rigore assoluto e maniacale, ogni film – appena sedici, pochi se rapportati al suo immenso talento – un evento destinato a fare la storia nel raccontare ogni volta, in modo diverso ma similare, del rapporto degli uomini con la ragione. L’altro, Altman, infinito, con ben novanta regie accreditate tra cinema e TV in cinquant’anni. Qualcuno direbbe Kubrick ai punti, noi no. Entrambi registi eclettici, capaci di prendere e personalizzare un genere, entrarvi fin nelle viscere e renderli propri come solo i grandi, anzi, i grandissimi sanno fare. È un pareggio ma a vincere è il cinema e – di riflesso – noi spettatori…

Se non siete d’accordo, scriveteci: [email protected]

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