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Robert Altman e quel western dimenticato: I compari

John Wayne lo disprezzò fin dall’uscita in sala, ma rimane ancora oggi un grande film. Ecco perché

Warren Beatty sul set de I compari.

Presbiterian Church, piccolo villaggio nel nord degli Stati Uniti, popolato da minatori e ricco di giacimenti di zinco. John McCabe (Warren Beatty) giunge sul posto, deciso ad aprire un bordello affiancato a una casa da gioco in cui ristorare i locali sfiancati dalla miniera. La prolifica attività messa in piedi stimola l’interesse di una prostituta, Constance Miller (Julie Christie), che si offre per gestire gli affari con l’oscuro forestiero. Alla sua uscita – 24 giugno 1971, ma in Italia arrivò dopo, a ottobre – I compari venne apostrofato aspramente dal più illustre cowboy dell’epoca, John Wayne, come «un film corrotto», orfano degli stilemi classici distintivi del western, a partire dall’ambientazione  asettica nella quale lo spettatore viene catapultato, in netta contrapposizione con le distese di sabbia arse dal sole di maestri come Ford, Hawks o Sergio Leone.

L’ambientazione de I compari

La fotografia dell’ungherese Vilmos Zsigmond muove proprio in questa direzione, con i toni tendenti al giallo, ottenuti esponendo la pellicola alla luce prima di svilupparla per conferire al fotogramma un’aria rétro e sporcare l’immagine. Le musiche, tratte dal primo album di Leonard Cohen, sembrano modulate appositamente sull’atmosfera della pellicola, mentre Robert Altman mette in atto una scientifica opera di destrutturazione del genere tanto che ancora oggi rivedendolo emerge la modernità delle sue scelte. Spesso bistrattata, se non anche dimenticata, l’intera filmografia di Altman è un unicum in grado di spaziare dalle venature personali di Anche gli uccelli uccidono alla coralità che ha fatto scuola di Nashville e America Oggi fino a culminare con l’ultima puntata di un uomo ormai prossimo all’epilogo: Radio America.

Ancora Beatty, qui con Julie Christie.

A quarantasette anni dall’uscita, I compari dimostra quanto sia viva la lezione altmaniana nella mente di molti autori della moderna Hollywood, uno su tutti Paul Thomas Anderson, autore di un’opera-tributo (Magnolia) in onore del maestro, costruita proprio con la tecnica dell’intreccio di svariate sotto trame che finiscono per collimare con il climax finale, come furono Nashville o America Oggi. E per citare le parole dello stesso discepolo Anderson: «Il vecchio detto che non c’è nulla che non sia stato già fatto è vero, soprattutto se partiamo dal presupposto che Bob lo aveva già girato prima».

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