ROMA – Un corridoio abbastanza lungo per giocare, la stanza condivisa con il fratello, i dischi del padre, il frigorifero da saccheggiare di notte. E poi un balcone, le uova fritte con il prosciutto, i calci al pallone di pezza, i giocattoli ammassati nei cassetti. Roberto Puglisi comincia da qui, dalle cose che sembrano piccole e che invece, quando una casa smette di essere abitata dalle stesse persone, diventano la misura di tutto ciò che abbiamo perduto. In Amare vuol dire non perdersi mai, ultima fatica letteraria del giornalista palermitano, la memoria non ha nulla di astratto. Possiede stanze, voci, odori, canzoni e indirizzi precisi. È una memoria che torna a Palermo, attraversa piazza Europa, entra nell’appartamento dell’infanzia e si ferma davanti agli oggetti che hanno continuato silenziosamente a custodire una famiglia. Puglisi li osserva e li chiama per nome, come se scrivere fosse un modo per rimetterli al loro posto e ritrovare, almeno per il tempo di una pagina, le persone che li hanno toccati.
Il libro raccoglie testi ed esperienze personali di rara poeticità legati all’infanzia, agli affetti, alla malattia e alla perdita. Non segue (è forse questa l’intuizione geniale) una costruzione narrativa tradizionale, ma procede attraverso ricordi, lettere e confessioni. Ogni capitolo apre una porta diversa, eppure conduce sempre allo stesso punto: il bisogno di capire dove finisca l’amore quando la persona amata non è più raggiungibile. La risposta è contenuta già nel titolo. Amare significa non smarrirsi definitivamente. Non perché il dolore scompaia o perché sia possibile riempire il vuoto lasciato da chi non c’è più, ma perché la memoria continua a creare legami. «Se soffri vuol dire che ami, che non hai smesso di amare», scrive nelle prime pagine Puglisi. Non è un invito a cercare la sofferenza, ma ad accettarla come la conseguenza inevitabile di una relazione che la morte non riesce a cancellare.
Le stanze della memoria
Il capitolo Casamia è probabilmente quello che più di tutti restituisce il tono del libro. Puglisi ricostruisce l’appartamento nel quale è cresciuto muovendosi da una stanza all’altra, quasi accompagnando il lettore in una visita privata: lo studio del padre professore, la piccola cucina, il balcone, i letti a cassetto, la stanza condivisa con Marcello. Ogni oggetto produce una deviazione del ricordo, una storia laterale, un gesto familiare. Il tono cambia continuamente. Alla tenerezza si accompagna un’ironia naturale, mai inserita per attenuare artificialmente la malinconia. Il fratello che si lancia verso un letto convinto che sia stato aperto e finisce invece contro il cassettone diventa un’immagine comica e dolorosa insieme, perché il lettore sa che quella stessa stanza, più avanti, accoglierà un racconto molto diverso.
La casa descritta da Puglisi non è soltanto un luogo fisico. È una parte della sua identità, una forma originaria dell’amore. «Questa era casamia. In una parte di me, lo è ancora», scrive al termine del capitolo. È una frase semplice, quasi dimessa, ma contiene uno dei temi centrali del libro: esistono luoghi dai quali usciamo senza riuscire davvero ad andarcene. La scrittura di Puglisi funziona soprattutto quando si affida a questa concretezza. Non parla genericamente della nostalgia, ma ricorda il Subbuteo, i soldatini, una poltrona rossa, la pipa del padre e Lucio Dalla che canta in sottofondo. Sono dettagli personali, ma proprio per questo riescono a diventare universali. Ciascun lettore può sostituirli con i propri: una stanza, una canzone, un oggetto rimasto in un cassetto.
Il dolore senza gerarchie
Uno dei primi capitoli è dedicato a Pio, il gatto di famiglia. Puglisi parte dalla sua morte per interrogarsi sul significato dell’amore e sulla pretesa, spesso molto umana, di stabilire una gerarchia tra le sofferenze. Immagina le obiezioni di chi considera sproporzionato tanto dolore per un animale, poi le rovescia con una considerazione limpida: l’amore non dipende dalla categoria alla quale appartiene chi abbiamo davanti, ma dalla relazione costruita con lui.
«Quello che conta è entrare in connessione con un’anima sotto la corteccia», scrive. È un pensiero che percorre tutto il libro e permette di affiancare senza stonature il lutto per un animale, la perdita del padre e quella del fratello. Il dolore cambia intensità e forma, ma non accetta misurazioni esterne. Soltanto chi vive una relazione può conoscere il peso della sua interruzione. Lo scrittore palermitano non trasforma questa convinzione in una teoria. La lascia piuttosto emergere dai ricordi e da una scrittura che conserva il tono della conversazione. Si rivolge direttamente agli assenti, ponendo loro domande alle quali sa di non poter ricevere risposta. Immagina incontri, recapiti impossibili, messaggi consegnati dall’altra parte. L’aldilà resta un’ipotesi, forse un’invenzione necessaria, ma il dialogo continua. Deve continuare.
Le lettere al padre
Nel capitolo La casetta azzurra, Puglisi scrive al padre come se fosse ancora possibile raggiungerlo. Lo immagina mentre riceve posta, interrompe la correzione dei compiti e apre una nuova lettera del figlio. Non ci sono apparizioni solenni né costruzioni mistiche: soltanto il desiderio molto concreto di sapere come recapitare le notizie a chi se n’è andato troppo presto.
Si ritorna allo studio del padre, alla scrivania, ai dischi, alla voce di Lucio Dalla. Il ricordo della canzone La casa in riva al mare diventa il punto d’incontro tra l’uomo che ascoltava e il bambino che provava a ripeterne il ritornello. «Fu quella canzone a farci conoscere», scrive. «Tu l’ascoltavi come un uomo. Io la cantavo come un bambino». Sono passaggi nei quali il libro trova la sua dolcezza migliore, perché non cerca di rendere eccezionale il rapporto tra padre e figlio. Ne raccoglie piuttosto gli istanti minimi, quelli che al momento sembravano destinati a essere dimenticati e che il tempo ha invece trasformato in una forma di salvezza. La scrittura diventa così un modo per recuperare una vicinanza. «Ogni volta che scrivo io ritrovo qualcuno», confessa Puglisi verso la fine. Mettere una parola sulla pagina significa concedere per un istante un corpo a chi non lo possiede più, restituirgli una voce e permettergli di attraversare nuovamente la porta di casa.
Marcello, il fratello diventato maggiore
Il nucleo emotivamente più duro arriva con L’ultima stanza, dedicato al fratello Marcello, morto a trentaquattro anni dopo una malattia. La ricostruzione del loro rapporto ancora una volta dallo spazio condiviso: la camera, i giochi, le differenze di carattere, le piccole rivalità che appartengono alla vita di due fratelli.
Il maggiore, almeno anagraficamente, era Roberto. Ma il racconto capovolge progressivamente i ruoli. Marcello è il ribelle, quello concreto, capace di trovare soluzioni immediate là dove il fratello costruisce complicati ragionamenti. E sarà ancora lui, durante la malattia, a proteggere chi avrebbe voluto proteggerlo. Puglisi non nasconde gli errori, le incomprensioni e il tentativo di assumere un ruolo quasi paterno dopo la morte del padre. Non idealizza il legame dopo la tragedia, ma lo restituisce nella sua verità: un rapporto fatto di affetto, irritazione, senso di responsabilità e parole comprese troppo tardi. Il momento più toccante è affidato a un breve dialogo. Poco dopo, la gerarchia familiare viene definitivamente riscritta: «Sei stato il maggiore, fino all’ultimo».
Scrivere per non perdere nessuno
Nessuna istruzione per superare un lutto. Si diffida, anzi, delle formule che pretendono di rendere uguali sofferenze profondamente diverse. Puglisi riconosce che «ogni dolore è unico, perché è unica la relazione che si intrattiene con chi lo sperimenta». Le parole sono insufficienti, ma sono anche l’unico strumento che possediamo per provare ad avvicinarci. Il libro nasce proprio da questa insufficienza. Scrivere non guarisce e non restituisce ciò che è stato tolto, ma consente di condividere lo smarrimento. Permette a un’esperienza privata di incontrare quella di un’altra persona. È in questo passaggio che il memoir di Puglisi smette di appartenere soltanto alla sua famiglia e diventa uno specchio nel quale ciascuno può riconoscere le proprie assenze.
Nelle ultime pagine l’autore torna al mare in una domenica d’ottobre. Non ha più dodici anni, ma entra ugualmente in acqua, provando a misurare la distanza tra il bambino che era e l’uomo che ha dovuto imparare a crescere senza il padre. Ricorda le fotografie, gli album, le immagini che un giorno rischieremo di non poter più sfogliare con le dita. Poi arriva alla conclusione più semplice: ha passato la vita a ricordare e, proprio per questo, non ha perduto nessuno.
«Quando ero fragile, quell’amore mi ha protetto. Quando ero in pericolo, quell’amore mi ha salvato. Quando ero lontano, è venuto a cercarmi. Per riportarmi a casa».
È forse qui che il titolo trova il suo significato più pieno. L’amore non impedisce le separazioni, non corregge la morte e non restituisce il tempo. Ma lascia una strada, spesso nascosta, che permette di tornare.







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