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Quasi Vera: l’illusione della perfezione digitale nella nuova commedia di Fausto Brizzi con Frank Matano

Nelle sale dal 1° ottobre, il film esplora il fenomeno delle influencer generate dall’intelligenza artificiale, mettendo a nudo il confine sempre più labile tra la realtà e la finzione dei social network.

ROMA – Arriva oggi nelle sale, 1° ottobre, Quasi Vera, la nuova commedia di Fausto Brizzi che si inserisce con originalità nel dibattito contemporaneo sull’impatto dell’intelligenza artificiale nella cultura pop. Sebbene il cinema abbia spesso esplorato il mito della creatura artificiale perfetta, Brizzi sceglie la via della satira per fotografare un fenomeno ormai radicato nella nostra quotidianità, un panorama sempre più popolato da avatar di successo e influencer completamente virtuali.

Il fulcro del racconto è Diego, interpretato da un Frank Matano perfetto nel passare dalla risata a un tocco più intimo. Diego è il ritratto dell’attore precario moderno: un perenne aspirante artista che tenta di far quadrare i conti lavorando come comparsa, mentre la vita familiare scricchiola sotto il peso delle rivendicazioni della moglie (Rocío Muñoz Morales), desiderosa di maggiore stabilità. Preso dalla disperazione e dalla necessità di inventarsi un’alternativa economica, Diego decide di sfruttare gli strumenti dell’IA dando vita a Vera, l’influencer perfetta.

Vera incarna tutto ciò che l’algoritmo richiede per avere successo: è bellissima, carismatica, sempre sorridente e perfino appassionata di calcio. In breve tempo, la modella virtuale travolge i feed degli utenti, conquistando il favore del pubblico femminile, l’attenzione dei grandi brand commerciali e persino l’interesse della politica. A prestarle le sembianze è Taylor Mega, al suo esordio sul grande schermo con un ruolo che gioca in modo intelligente con il suo stesso bagaglio d’immagine, restituendo un personaggio patinato e credibile proprio perché nativo di quel linguaggio digitale.

Ciò che rende Quasi Vera una visione riuscita è la lucidità con cui affronta il tema della percezione distorta della realtà sui social network. Il film evidenzia come l’utente medio sia ormai assuefatto a canoni estetici impeccabili e irraggiungibili, al punto da preferire la certezza di un’immagine sintetica — che non invecchia, non sbaglia e non delude — alla complessità dei rapporti umani reali.

Quando la popolarità di Vera cresce a dismisura, la creatura comincia inevitabilmente a sfuggire alle mani del suo creatore, innescando una serie di cortocircuiti esilaranti e paradossali. In questo contesto, l’intelligenza artificiale emerge in tutta la sua ambivalenza: da un lato fa sognare, aprendo scenari di successo e rivincita personale illimitati; dall’altro spaventa, evidenziando quanto sia sottile il confine tra la gestione di uno strumento e il rischio di restarne sopraffatti. Il film mette infatti a nudo la sottile linea che separa il semplice utilizzo di uno strumento dal rischio di esserne sopraffatti, portando anche alla luce la fragilità di quanti, spinti dall’isolamento o dal bisogno di affetto, finiscono per legarsi emotivamente ad entità virtuali, del tutto ignari dei pericoli e delle truffe che possono celarsi dietro uno schermo.

Brizzi costruisce così una commedia arguta che, tra una risata e l’altra, ci fa riflettere su come la società odierna tenda ad assuefarsi alla finzione e a innamorarsi di una perfezione del tutto artificiale.

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