ROMA – Tom Cruise ha passato gli ultimi vent’anni a salvare il mondo. Ha corso, pilotato aerei, scalato grattacieli, saltato nel vuoto e sfidato la morte abbastanza volte da trasformare la missione impossibile nel suo genere cinematografico personale. Poi arriva Alejandro González Iñárritu e gli consegna finalmente un mondo che non può salvare. Non potrebbe esserci attore migliore, allora, per interpretare Digger Rockwell. Un uomo immensamente ricco, potente e convinto di poter risolvere una crisi che riguarda l’intero pianeta. L’ennesimo salvatore, almeno in apparenza. Perché Digger comincia proprio giocando con qualcosa che conosciamo molto bene: la promessa che da qualche parte esista sempre un uomo abbastanza ricco, intelligente o potente da trovare la soluzione. Solo che Iñárritu non ha nessuna intenzione di prendere sul serio quella promessa.
La prima parte di Digger è una satira politica sfacciata, rumorosa e volutamente esagerata. Politica e interessi economici si confondono, il destino del pianeta diventa materia di negoziazione e persino una possibile catastrofe finisce dentro la grande macchina dello spettacolo. La parola chiave è eccesso. I personaggi sono caricature, le situazioni diventano progressivamente più assurde e il film non sembra conoscere il concetto di sottotesto. Iñárritu prende tutto ciò che vuole criticare e lo ingrandisce fino a deformarlo. Non suggerisce quasi mai dove vuole andare: indica, sottolinea, insiste. Ed è anche uno dei limiti più evidenti di Digger. Una satira può diventare ancora più feroce quando lascia allo spettatore lo spazio necessario per arrivare da solo alla battuta. Qui, invece, capita che il film sembri talmente preoccupato di essere compreso da spiegare persino ciò che aveva già mostrato perfettamente. Il rischio è la saturazione. Se tutto è assurdo, cosa può ancora sorprenderci? Se tutti urlano, chi riusciamo davvero ad ascoltare? Eppure c’è qualcosa in questo caos che continua a funzionare. Perché Digger è talmente consapevole della propria esagerazione da far nascere progressivamente un dubbio: possibile che sia davvero tutto qui?
La risposta arriva nel momento in cui il film si spezza. Sarebbe un peccato raccontare come, perché una parte importante dell’esperienza sta proprio nel non sapere cosa sta per succedere. Basta sapere che arriva un momento preciso in cui ciò che abbiamo visto fino a quel momento viene messo in discussione. Ed è uno strappo importante, perché non serve soltanto a sorprendere. La satira politica cambia improvvisamente prospettiva e quella che sembrava una storia sul potere diventa anche una storia sulla sua rappresentazione. Sulla facilità con cui è possibile costruire un racconto, trovare qualcuno disposto a interpretarlo e, soprattutto, convincere gli altri a crederci.
La farsa, allora, diventa il cuore di Digger. Non perché cancelli o giustifichi automaticamente gli eccessi della prima parte, ma perché permette di guardarli diversamente. Quel mondo artificiale era artificiale davvero. Quelle figure enormi, quelle reazioni spropositate, quella realtà continuamente trasformata in spettacolo smettono di essere soltanto gli strumenti di una satira politica. Iñárritu sta parlando anche del modo in cui una narrazione viene costruita. E per costruirla servono ruoli facilmente riconoscibili: una minaccia, qualcuno da temere, qualcuno da seguire. E naturalmente un salvatore.
E chi meglio di Tom Cruise? Cruise porta inevitabilmente dentro Digger tutto ciò che il cinema ha costruito intorno a lui. È una delle ultime star capaci di trasformare la propria presenza in una promessa: se Tom Cruise è lì, in qualche modo ce la farà. È Ethan Hunt che accetta missioni impossibili proprio perché impossibili. È Maverick che torna quando nessun altro può fare quello che deve essere fatto. È persino l’attore che ha trasformato il proprio corpo in uno strumento promozionale, continuando a ricordarci che corre davvero, salta davvero, vola davvero.
Iñárritu prende questa mitologia e la usa contro il suo protagonista. Digger Rockwell vuole controllare la storia, vuole essere necessario, vuole essere l’uomo che arriva quando tutto sembra perduto e pronuncia la frase che nessun altro può pronunciare: ci penso io. Ma Digger continua lentamente a sottrargli quel potere. Ed è qui che la satira diventa più interessante della semplice caricatura del miliardario con un ego smisurato. Perché il bersaglio non è soltanto l’uomo convinto di poter salvare il mondo. È anche il sistema che ha bisogno di costruire continuamente uomini così. La politica lo fa, il potere economico lo fa, i media lo fanno. E il cinema, naturalmente, lo fa, da sempre.
Digger non diventa improvvisamente impeccabile quando scopre le sue carte. Rimane un film sovraccarico, a tratti didascalico, innamorato delle proprie provocazioni e non sempre capace di fermarsi un attimo prima di aver detto troppo. Ma è anche difficile negargli una certa audacia. Iñárritu accumula satira, farsa, politica, capitalismo, crisi climatica, spettacolo e culto dell’individuo fino quasi a perdere il controllo. E proprio quando sembra aver costruito un film fin troppo facile da decifrare, cambia prospettiva. È questa svolta a dare a Digger qualcosa in più. Perché a quel punto la domanda non è più se Digger Rockwell riuscirà davvero a salvare il mondo. La domanda diventa perché continuiamo ad avere bisogno di qualcuno che prometta di farlo.
E in un film con Tom Cruise al centro, è una domanda importante. Forse Digger avrebbe potuto urlare meno, fidarsi di più del proprio pubblico, eliminare qualche sottolineatura, lasciare che alcune delle sue idee respirassero. Ma dietro tutto quel rumore c’è un’intuizione decisamente più lucida della provocazione politica con cui il film inizialmente si presenta. Iñárritu prende uno degli archetipi più rassicuranti del cinema contemporaneo – l’uomo eccezionale che arriva quando tutto sembra perduto – e lo porta fino al punto di rottura.
Tom Cruise ha passato gli ultimi vent’anni a salvare il mondo. Digger gli chiede cosa succede quando, per una volta, il mondo smette di aver bisogno di un eroe.
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