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OPINIONI I NAZA, quando la guerra cancella le emozioni

Il documentario NAZA, diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, è forse il miglior film horror che possiate vedere quest’anno. E non è un horror. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 e vincitore del Premio Speciale della Giuria, ha conquistato pubblico e critica.

ROMA – Prodotta dal quotidiano britannico The Guardian, questa videoinchiesta ci guida nei metodi moderni dell’intelligence israeliana per annientare i capi di Hamas. Dopo pochi minuti, capiamo che Hamas diventa il pretesto per colpire chiunque nelle proprie case, con la propria famiglia, nel cuore della notte, quando tutto riposa. Dimenticatevi del sangue, perché in questo film non ci sarà mezza scena con un’emorragia. Perché? Vedere del sangue presuppone dei corpi, quindi degli esseri umani e quindi delle persone. In questo documentario le persone non esistono. I palestinesi sono dei numeri su cui puntare e sparare e la maggior parte delle operazioni viene svolta dagli ufficiali comodamente dalle loro poltrone, nei loro uffici, come se stessero giocando alla PlayStation. Se qualcuno dovesse avere qualche problema, c’è anche uno psicologo pronto all’ascolto, messo a disposizione dallo Stato. Peccato che per andare in terapia bisogna provare qualcosa e, in questo caso, assistiamo al silenziamento totale delle emozioni da parte degli agenti.

Che la realtà superi da sempre la fantasia lo avevamo capito già da tempo. Grazie all’intelligenza artificiale nessuno è più costretto a guardare negli occhi il proprio nemico, a percepire la sua disperazione, il suo respiro che si affanna e il suo corpo che si accascia dopo essere stato abbattuto. Non ci sono né regole né etica, ma questo ormai il mondo intero lo sa. Oltre alle persone dell’esercito israeliano che, per ovvi motivi, sono oscurate, i registi filmano di nascosto, spiandola dalle finestre, la vita quotidiana dei cittadini di Tel Aviv. Tutte le immagini, però, hanno una caratteristica in comune: non vediamo mai i loro volti. Li vediamo di spalle, oppure vediamo semplicemente le loro braccia usare un telecomando o le loro gambe muoversi sul tapis roulant in palestra. Quei corpi possono essere tutti e nessuno. Possono avere un nome o diventare oggetti.

Quello che abbiamo imparato grazie a NAZA è l’uso catastrofico che si è già fatto dell’intelligenza artificiale. La deumanizzazione della guerra, dove non c’è mai stato niente di umano, la gravità di questo genocidio e la brutalità delle azioni “dell’unico Paese democratico in Medio Oriente”. Abbiamo spinto l’asticella del tollerabile ben oltre. Le guerre non sono mai servite a costruire ponti, ma adesso siamo in una nuova fase, dove il conflitto viene giocato con nuove regole. La filosofa Hannah Arendt ha saputo, meglio di chiunque altro, comprendere questo fenomeno:«L’assassino lascia dietro di sé un cadavere e, benché si sforzi di far sparire le tracce della propria identità, non ha alcun potere di cancellare l’identità della vittima dalla memoria dei viventi. L’azione della polizia segreta, al contrario, riesce a far sì che la vittima non sia mai esistita». Da ”Le origini del totalitarismo”.

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