UDINE – C’è una forma di solitudine che non coincide con l’assenza degli altri, ma che anzi si definisce proprio nella loro presenza, nello sguardo che giudica, nelle strutture che comprimono, nei ruoli che si impongono come un destino già scritto, ed è in questo spazio saturo e ostile che nasce e si sviluppa Fujiko, uno dei film giapponesi più promettenti dell’anno (SC Films International ne ha acquisito i diritti di vendita in tutto il mondo e a Cannes 2026 lo presenterà agli investitori mondiali) e in concorso al Far East Film Festival 28. Dopo Ah Girl, Fujiko è un altro film io contro tutti, questa volta però non come gesto eroico, ancora spoglio di sovrastrutture adulte, ma come condizione esistenziale primaria, come necessità di resistenza minima e quotidiana. Non si tratta allora di opporsi frontalmente al mondo, quanto piuttosto di sopravvivere al suo continuo tentativo di definizione, di sottrarsi a una grammatica che vorrebbe fissare identità e comportamenti, e di trovare, anche solo per un istante, una possibilità di scarto, di deviazione, di esistenza autonoma.

Fujiko è una giovane madre abbandonata dal padre della bambina e dalle rispettive famiglie, il desiderio di riuscire a crescere la piccola Mari la espone e la costringe a rifiutare i vincoli familiari, le aspettative della comunità, gli attriti e le resistenze di quei tutti che vorrebbero incasellarla in una giovane donna che non ha le possibilità economiche e sociali di esser madre. La maternità è il luogo perfetto per mostrare questa tensione, un ruolo che oltre a definire frantuma il soggetto, esponendolo a una molteplicità di richieste contraddittorie e rendendo evidente la natura profondamente performativa e già delineata dell’identità. Fujiko non compie un movimento lineare verso una forma di emancipazione pienamente compiuta, ma lotta, inciampa, cade, si rialza, cade di nuovo, una traiettoria intermittente fatta di attriti, scarti, avvicinamenti, aiuti, all’interno della quale è costretta a negoziare e a mettere in discussione continuamente la propria posizione, oscillando tra adesione e rifiuto, tra desiderio di appartenenza e bisogno di fuga, tra invisibilità e iper-esposizione. Fujiko è un film instabile, che evita la linearità per costruire una costellazione di momenti (per più di metà film lo spettatore vede solo quello che Fujiko racconta a ritroso a un altro personaggio), di frammenti ellittici che non si ricompongono mai del tutto in un senso unitario, ma che proprio in questa incompiutezza restituiscono la complessità di un’esistenza che non può essere ridotta a una traiettoria coerente, trasformando il percorso di Fujiko in una riflessione più ampia sulla difficoltà di esistere come soggetto autonomo in un sistema che continuamente ridefinisce e limita le possibilità di azione.

Fujiko, più che essere definita psicologicamente, viene progressivamente inscritta in un sistema di segni che la eccedono, trasformandola in proiezione di desideri, paure e fantasmi sociali, in una dinamica che richiama certe riflessioni sullo statuto dell’immagine nel cinema contemporaneo giapponese, dove il personaggio tende a perdere consistenza individuale per diventare funzione, nodo relazionale, traccia. L’opera di Kimura Taichi non si limita a raccontare Fujiko, ma utilizza la sua figura come dispositivo critico per riflettere su chi siamo come soggetti all’interno della realtà: mai semplicemente noi stessi, ma sempre anche il risultato di uno sguardo esterno che ci definisce, ci limita e al tempo stesso ci rende visibili, in un gioco di rimandi che mette in luce la natura profondamente relazionale del soggetto e la sua dipendenza da dispositivi sociali e culturali di riconoscimento.
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