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Nashville | Robert Altman, il cuore dell’America e quel capolavoro da amare

Jeff Goldblum, Keith Carradine, l’importanza di I’m Easy: un cult finalmente in streaming

Nashville, viaggio nel cuore (di tenebra?) dell'America.

ROMA – Da M*A*S*H a Quintet, quanto compiuto negli anni Settanta da Robert Altman rappresenta ancora oggi una delle più pure espressioni della creatività della New Hollywood. Un giocare con la destrutturazione del genere e i rispettivi topos lavorando maggiormente sulle atmosfere del contesto scenico piuttosto che sulle inerzie dei singoli protagonisti. Nel mezzo di questa esplosione creativa, quasi a farne da spartiacque, c’è Nashville. Forse il capolavoro che vale una carriera, un film che era incredibilmente scomparso e ora in streaming su Paramount + e su Prime Video. Fotografia impietosa, vivace e brillante degli anni Settanta dall’approccio registico da indagine antropologica. I piani di Altman per Nashville risalgono ai primi Settanta, durante la lavorazione de I compari. Joan Tewkesbury, collaboratrice di Altman che firmerà anche la sceneggiatura del precedente Gang, propose al cineasta di girare a Nashville così da amplificarne il senso di realismo e d’autenticità. Prima ancora che una sceneggiatura però, Nashville fu un diario di bordo.

Nashville
Il capolavoro che vale una carriera? Probabilmente sì.

Giunta nella capitale del Tennessee nel 1973 la Tewkesbury annotò qualsiasi cosa le passò in mente nel suo soggiorno. Atmosfere, osservazioni, umori, colore, perfino un incidente sull’autostrada; tutti elementi che sarebbero stati restituiti nella messa in scena. Nel primo draft oltre all’assenza dello spiazzante climax, della tematica politica, nonché del personaggio Haven Hamilton (Henry Gibson), Nashville sarebbe dovuto essere ambientato tra l’omonima cittadina e New York. L’apertura avrebbe riguardato il personaggio di Tom Frank (Keith Carradine) tra le strade di Manhattan poco prima di partire per Nashville. Un rimando implicito – a detta della Tewkesbury e della sua visione – a come l’industria musicale fosse stata geograficamente smantellata. Il country-western era esploso nella capitale del Tennessee ma bisognava comunque andare a New York per  fare affari. In nessuno dei draft della Tewkesbury però era presente una morte eccellente, il marchio di fabbrica di Altman.

Ronee Blakely è Barbara Jean in una scena di Nashville
Ronee Blakely è Barbara Jean

Propose così di chiudere il racconto con l’assassinio di Barbara Jean (Ronee Blakley). Nodo gordiano narrativo concepita come doppio di Dolly Parton a cui Altman regalò un finale truculento, premonitore di tempi bui. Negli anni Ottanta infatti, dopo l’omicidio di John Lennon, Altman ricevette una telefonata dal Washington Post dove venne accusato di essere addirittura il responsabile del delitto dell’ex-Beatle. Eppure Altman voleva bene a Barbara Jean. A detta di Ned Beatty, che in Nashville vediamo nei panni di Delbert Reese, poco prima di iniziare le riprese Altman fece riunire tutti gli interpreti in una sorta di tavola rotonda, dicendo: «C’è solo una cosa che dovete ricordare: ogni personaggio in questo film ama un personaggio. Ognuno di questi personaggi ama Barbara Jean». Di questo avviso però non era la Blakley che, ironicamente, andava poco d’accordo con tutti, perfino con Altman, ed erano frequenti le discussioni circa le ragioni caratteriali del personaggio.

«Quello di Altman è un viaggio nel cuore dell’America.»

Quello di Altman è un viaggio nel cuore dell’America. Un mosaico di colori e caratterizzazioni. Microcosmo della società americana e della natura umana in tutte le sue sfaccettature. Al punto che, nonostante il contesto scenico di provincia, la Nashville di Altman è viva, vibrante, e pulsante tra cocomeri al derby, ingorghi stradali da antologia e night club, al pari di quella New York mai raccontata ma soltanto respirata dai protagonisti. Vive Nashville nei losangelini fatti con lo stampo come la sfuggente e strafottente L.A. Joan (Shelley Duvall), nei reporter arrembanti ma frivoli e mai sul pezzo come la britannica Opal (Geraldine Chaplin) che pontificava sul giallo degli autobus e sul valore delle discariche, nella rivalità musicale dicotomica tra l’eterea Barbara Jean e la provocante Connie White (Karen Black, bellissima), le cui sorti mediatiche sembrano quasi determinare uno schieramento politico tra le forze in scena a Nashville.

Barbara Harris è Albuquerque in una scena di Nashville
Barbara Harris è Albuquerque

Vive soprattutto Nashville nella stella country calante ma restia a spegnersi di Hamilton e del sogno americano alla A Star is Born tra Albuquerque (Barbara Harris) e Suelleen Gay (Gwen Welles). Preziosa occasione narrativa, quest’ultima, attraverso cui Altman dispiega la sua tipica critica tagliente, tra l’ironico e l’agrodolce, giocando con gli archi di trasformazione dei suoi agenti scenici e l’inerzia caratteriale. Va al massimo Altman, regalando le due facce del successo. Avvolgendole attorno a chi – come Albuquerque – riesce a cogliere ogni opportunità, saltando perfino sul cadavere insanguinato di Barbara Jean, infine intonando una It Don’t Worry Me tra il grottesco e il surreale con cui ribaltare l’inerzia dell’assassinio climatico. Oppure chi, come Sueleen Gay, con la sua I Never Get Enough (For Love), deve invece accontentarsi di una stanza piena di politici con la bava alla bocca, l’odore del sigaro e uno spogliarello stonato.

Lily Tomlin è Linnea Reese

C’è una particolare sequenza in Nashville. Al centro di un triangolo amoroso, il chitarrista Tom del trio Tom, Bill & Mary – rilettura altmaniana dei quasi omonimi e famosi Peter, Paul & Mary – si esibisce in un locale intonando I’m Easy. La canzone, che a Carradine varrà l’Oscar alla miglior canzone 1976 (l’unico Oscar vinto su otto nomination per Nashville, fu l’anno di Qualcuno volò sul nido del cuculo, che sconfisse anche Barry Lyndon), assume enorme valenza per l’economia del racconto rappresentandovi il cuore pulsante. Altman gioca di montaggio alternato con le sorti di Sueleen Gay realizzando un gioiello di storytelling e di intenzioni sceniche. Tra gli occhi lucidi di Mary (Cristina Raines, al tempo fidanzata di Carradine), i sospiri speranzosi di Opal, quelli sognanti di Linnea (Lily Tomlin) e quelli curiosi di L.A. Joan, alle pendici del terzo atto Altman rimescola le dinamiche relazionali giocando di intenzioni e suggestioni in campo lungo.

Keith Carradine e l'importanza di I'm Easy in una scena di Nashville
Keith Carradine e l’importanza di I’m Easy

Declinando – tra una delicatissima zoomata e un controcampo in piano medio – la costruzione di un amore impossibile per poi abbatterlo nella totale indifferenza di una caustica telefonata davanti allo specchio. Ed è un po’ questo il simulacro della grandezza di Nashville e – di riflesso – di Altman. Il saper trattare dell’animo umano tra delusioni, conflitti interni e capricci mutevoli, con le sue gioie, la sua corruzione, le sue contraddizioni, come fosse una celebrazione tra le righe dell’unicità dell’essere umani. Eccetto che per l’uomo sul triciclo (Jeff Goldblum), che Altman inserì come raccordo scenico vivace e magico, tutte le anime di Nashville si mescolano tra loro. La narrazione di Altman è da intendersi infatti, più che come un canonico e lineare racconto a tre atti, come l’insieme di tanti tasselli di un mosaico che il dispiego dell’intreccio va infine ad amalgamare tra loro.

Tanti film nel film in Nashville

Tanti film nel film (loro si, a tre atti) cuciti addosso agli archi di trasformazione che nella vivace Nashville s’incontrano, s’incrociano, si sfiorano appena, per poi andare ognuno nella propria direzione, ed era di quelle cose che amava fare Altman: «Mi piace fare un viaggio con gli attori e lavorare su film d’insieme come Nashville, dove posso avere più narrazioni. Mi rende il lavoro più semplice: se qualcosa non funziona significa che posso passare a qualcos’altro». Forse non il film-manifesto degli anni Settanta di Hollywood, ma certamente manifesto del cinema di Altman: «Tutti i miei film trattano la stessa cosa: lottare, socialmente e culturalmente, per rimanere in vita. Le cose buone che creiamo presto ne creano di cattive, quindi niente sarà mai utopico. Quando realizzo un film come Nashville non intendo dire che siamo il peggior Paese del mondo, solo che siamo arrivati a questo punto, ed è triste».

«Tutti i miei film trattano la stessa cosa: lottare per rimanere in vita».

Un’opera, Nashville, che nonostante la sua tagliente coltre pessimista, riesce meglio di chiunque altro a quel tempo a cantare dell’America popolare e radicata nel territorio e delle sue mille incomprensioni e sfaccettature. Il cuore degli Stati Uniti. Quello di cui cantavano Woody Guthrie e Pete Seeger in This Land Is Your Land, Which Side Are You On? e If I Had a Hammer e di cui raccontava John Steinbeck in Furore (di cui potete leggere la nostra Revisione qui), che rivive tutta, pezzo per pezzo, nelle parole della totalmente autobiografica My Idaho Home di Barbara Jean/Ronee Blakely. Un inno speranzoso e doloroso all’unità familiare e al valore del senso di sacrificio come la buona America ci racconta da tanti anni a questa parte, entrato di diritto nella storia del cinema anche solo per la formidabile cinquina agli Oscar a cui prese parte.

Nashville: il cuore dell'America
Nashville: il cuore dell’America

Qualcuno volò sul nido del cuculo, Barry Lyndon, Quel pomeriggio di un giorno da cani, Lo squalo (di cui potete leggere qui), e infine Nashville a sigillare lo stato di un’industria nel pieno del suo picco creativo. Era lo zenit della New Hollywood la cinquina in mostra in quella cerimonia tenutasi al Dorothy Chandler Pavilion di Los Angeles nella notte del 29 marzo 1976, e poco importa se Altman non riuscì a bissare il buon risultato di MASH del 1971 (Oscar alla sceneggiatura non originale) pur a fronte di una cifra artistica decisamente più corposa: pura eccellenza filmica, e tanto basta per avere un posto di rilievo nei mari dell’immortalità del tempo. Riscopritelo, perché Nashville rimane ancora oggi un capolavoro.

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Qui sotto potete vedere il trailer del film:

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