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MONOGRAFIE | Luchino Visconti, il cinema della bellezza che svanisce

Da Ossessione a Il Gattopardo, da Rocco e i suoi fratelli a Morte a Venezia: il regista che ha trasformato la fine di un’epoca in uno dei racconti più affascinanti della storia del cinema.

ROMA – Il ballo del Gattopardo dura poco più di quaranta minuti. In teoria è soltanto una sequenza. In pratica contiene tutto il cinema di Luchino Visconti. C’è il tempo che passa, una classe sociale che sta scomparendo senza volerlo ammettere, la bellezza come ultimo rifugio prima della fine. Da quel momento in poi è difficile guardare i suoi film senza ritrovare quella stessa sensazione: l’impressione che ogni storia racconti un mondo arrivato al tramonto, anche quando i protagonisti fingono di non accorgersene. Luchino Visconti ha raccontato anche e soprattutto ciò che il tempo si porta via. Le sue storie sono abitate da famiglie che si sgretolano, palazzi destinati a svuotarsi, aristocrazie incapaci di comprendere il presente, uomini e donne costretti a fare i conti con la fine di un’epoca. È un cinema che parla continuamente di trasformazione, ma quasi mai con entusiasmo. Nei suoi film il cambiamento non arriva come una conquista: arriva come una perdita.

Forse è anche per questo che il suo cinema continua a sembrarci così moderno. Perché, al di là degli abiti d’epoca, dei saloni affrescati e delle grandi ricostruzioni storiche, Visconti raccontava una sensazione universale: quella di vedere il mondo cambiare senza riuscire più ad abitarlo nello stesso modo. Quando si pensa a lui, il primo titolo che viene in mente è quasi sempre Il Gattopardo. Ed è inevitabile. Pochi film hanno saputo trasformare la Storia in spettacolo con una tale eleganza. Eppure ridurre Visconti a quel capolavoro significherebbe dimenticare un autore che, nell’arco di quasi quarant’anni, ha attraversato il Neorealismo, il melodramma, il romanzo storico e perfino la tragedia europea, lasciando ogni volta un segno profondo.

La sua è una delle filmografie più ricche e stratificate del Novecento italiano. Un percorso iniziato raccontando i pescatori siciliani di La terra trema e concluso osservando la decadenza di una famiglia tedesca in Ludwig, passando per opere come Rocco e i suoi fratelli, Senso, Le notti bianche, Il Gattopardo, Morte a Venezia e Gruppo di famiglia in un interno. Film diversissimi tra loro, ma uniti da uno sguardo preciso: quello di un autore che ha sempre preferito osservare gli esseri umani mentre cercavano disperatamente di resistere allo scorrere del tempo.

Aristocratico, comunista, uomo di teatro

La vita di Visconti è fatta di contrasti che sembrano quasi inconciliabili. Nasce a Milano il 2 novembre 1906 in una delle famiglie aristocratiche più importanti d’Italia, i Visconti di Modrone. Cresce tra palazzi, cavalli, musica e opere liriche, in un ambiente dove la bellezza è parte della quotidianità. Ma proprio quell’origine privilegiata finirà per alimentare uno sguardo sorprendentemente critico verso la classe sociale a cui appartiene. L’incontro decisivo arriva negli anni Trenta, quando si trasferisce a Parigi e diventa assistente di Jean Renoir. Da lui apprende che il cinema può essere insieme spettacolo e strumento di osservazione della realtà. È una lezione destinata a cambiare il suo modo di intendere la regia.

Quando nel 1943 dirige Ossessione, tratto liberamente dal romanzo Il postino suona sempre due volte di James M. Cain, il cinema italiano subisce una scossa improvvisa. Girato tra trattorie, strade polverose e paesaggi della pianura padana, popolato da personaggi imperfetti e lontanissimi dalla retorica del cinema fascista, il film viene spesso indicato come il vero atto di nascita del Neorealismo, anche se quella definizione, a Visconti, è sempre sembrata troppo stretta.

Il regista degli attori

Se c’è un elemento che attraversa tutta la filmografia di Visconti, oltre all’attenzione quasi maniacale per la messa in scena, è il rapporto con gli interpreti. Un personaggio nasce non soltanto dalla sceneggiatura, ma da un lungo lavoro di preparazione che arrivava direttamente dalla sua esperienza teatrale. Le prove – infatti – potevano durare settimane, a volte mesi, perché ogni gesto, ogni sguardo e perfino ogni pausa dovevano trovare una motivazione precisa.

Sul set pretendeva moltissimo, ma in cambio riusciva spesso a tirare fuori interpretazioni irripetibili. Alain Delon, Burt Lancaster, Claudia Cardinale, Marcello Mastroianni, Romy Schneider, Dirk Bogarde, Helmut Berger: molti dei volti che hanno attraversato il suo cinema hanno raccontato di aver vissuto con Visconti una delle esperienze artistiche più intense della loro carriera. Non cercava divi, nè provava a crearli, cercava, forse, qualcosa di molto più semplice: esseri umani capaci di abitare un mondo.

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