ROMA – Intensa, riflessiva e sempre attenta alla costruzione dei suoi personaggi, Rebecca Liberati è tra i volti di Frammenti, dove interpreta Vittoria, una donna che trova nella danza il luogo in cui misurarsi con i propri limiti e ridefinire la propria esistenza. Con lei nel corso dell’intervista abbiamo parlato del film, del mestiere dell’attore, dell’insegnamento e del desiderio di vedere sullo schermo figure femminili sempre più autentiche e complesse.
La danza nel film diventa molto più di una disciplina artistica: è anche un luogo di potere, controllo e trasformazione. Come hai interpretato questo aspetto attraverso Vittoria?
Vittoria incarna perfettamente questa idea. La danza diventa il luogo in cui esercita un potere sia sugli altri che su se stessa. È il mezzo attraverso cui trasfigura la propria vita: da giovane madre e donna intrappolata in una relazione non ideale, riesce a costruire una nuova identità. Attraverso il rigore della disciplina scopre una forza che forse non immaginava nemmeno di possedere, la stessa che, in modo diverso, emergerà anche nel protagonista. La danza rappresenta sì durezza e sacrificio, ma anche la possibilità di conquistare una libertà di scelta capace di cambiare un’intera esistenza.
Essere una étoile rappresenta il punto più alto della carriera di una ballerina, ma comporta anche una grande responsabilità. Cosa significa davvero arrivare a quel livello?
Mi porta a riflettere anche sul modo di insegnare. Non credo nei metodi autoritari di una volta, in cui si distruggeva una persona per ricostruirla secondo un modello prestabilito. Io insegno e cerco di essere un’insegnante moderna: credo sia più importante capire l’unicità di ogni individuo e aiutarlo a svilupparla. Piuttosto che creare persone tutte uguali, preferisco accompagnarle nella scoperta della propria identità. Credo che il compito di un insegnante sia piantare dei semi, non creare un terreno arido da cui ripartire da zero.
Anche nella tua vita sei molto impegnata nella formazione dei giovani attori. Quanto è importante trasmettere la tua esperienza?
Per me è fondamentale. Nasce anche dal fatto che, in alcuni momenti della mia vita, avrei avuto bisogno di qualcuno che mi guidasse, che mi dicesse: “Vai avanti, non avere paura”. Non aver avuto quella figura ha fatto nascere in me il desiderio di esserlo per qualcun altro. Il mondo della recitazione è molto duro: bisogna imparare a convivere con il rifiuto, con le aspettative e con le delusioni. Avere qualcuno che ti aiuti a leggere questi momenti può fare davvero la differenza. Non ho certo tutte le risposte ma se posso aiutare qualcuno nei passaggi più difficili del percorso, lo faccio con grande piacere. È il modo migliore che conosco per restituire ciò che ho imparato, spesso con molta fatica.
Hai iniziato giovanissima. Quando hai capito che la recitazione sarebbe stata la tua strada?
In realtà l’ho sempre pensato, quasi inconsciamente. Da bambina recitavo continuamente e tutti dicevano che sarei diventata un’attrice. Col tempo mi sono interessata anche alla regia, ma dentro di me quella convinzione è sempre rimasta. A un certo punto qualcuno mi chiese se avessi un piano B. È stata la prima volta in cui mi sono posta davvero quella domanda. Fino a quel momento non avevo mai immaginato davvero un’altra strada. Era come se stessi andando verso quella meta con naturalezza, quasi fosse già scritta.
Il titolo Frammenti è molto evocativo. Quali sono, secondo te, i frammenti che definiscono davvero i personaggi del film?
Credo che ogni personaggio sia composto da tanti frammenti, proprio come accade nella vita. La cosa più interessante è che, senza entrare nei dettagli della trama, alcuni personaggi condividono la stessa forza interiore, quella ferocia nel difendere le proprie scelte e la propria libertà. È un elemento che accomuna Vittoria ma anche altri personaggi del film. Poi ci sono aspetti più personali legati alla femminilità, alla maternità e al peso delle aspettative sociali. Vittoria è una donna che compie scelte durissime e questo la rende inevitabilmente severa, anche verso se stessa. Durante le riprese sentivo questa rigidità quasi fisicamente: era come se il personaggio non potesse permettersi alcuna fragilità. Solo in alcuni momenti quel sistema si incrina e lascia emergere ciò che aveva sempre cercato di controllare.
Dopo un ruolo così intenso, cosa ti piacerebbe esplorare nei prossimi progetti?
Ci sono già delle cose molto belle all’orizzonte, anche se per scaramanzia preferisco non anticipare troppo. Mi piacerebbe interpretare personaggi sempre diversi, allontanarmi da me stessa. Vittoria è già molto distante dalla persona che sono nella vita: io mi definisco “un cuore di panna”, mentre lei possiede una durezza e una determinazione che ammiro. Vorrei continuare a interpretare personaggi estremi, complessi, ricchi di contraddizioni. E soprattutto mi piacerebbe vedere scritti sempre più ruoli femminili con una forza autonoma, non semplicemente funzionali alla storia di qualcun altro. Donne protagoniste, con una propria spinta, una propria voce e una propria complessità.
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