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Thomas Kail: «Il vero superpotere di Vaiana? L’empatia. È questo che la rende senza tempo»

Thomas Kail, il regista del live action Disney, racconta perché ha scelto di dirigere Oceania, il valore della cultura polinesiana e la sua idea di remake: «Non volevamo sostituire il film d’animazione, ma creare un’opera che potesse vivere accanto a lui».

ROMA – Cosa rende una storia capace di attraversare le generazioni? Per Thomas Kail la risposta non è negli effetti speciali, né nelle dimensioni dell’avventura, ma nelle emozioni. Il regista di Hamilton, In the Heights e Fosse/Verdon ha raccolto la sfida di portare sul grande schermo il live action di Oceania, uno dei classici Disney più amati degli ultimi anni, scegliendo di rimanere fedele allo spirito dell’originale senza rinunciare a una nuova prospettiva. In questa intervista esclusiva, Kail racconta cosa lo ha spinto ad accettare il progetto, perché considera Vaiana un’eroina diversa da tutte le altre e come il dialogo con la comunità polinesiana abbia influenzato ogni dettaglio del film.

Partiamo dall’inizio. Dopo aver diretto opere come Hamilton, cosa l’ha convinta che Oceania fosse la storia giusta da raccontare in questo momento della sua carriera?

«Mi ritrovo spesso a esplorare gli stessi temi nei miei lavori. Una volta qualcuno mi disse che un regista racconta sempre la stessa storia, cercando ogni volta di capirla meglio, e credo ci sia del vero. Mi interessano le domande sull’identità: chi siamo, come troviamo il nostro posto nella famiglia e nella comunità, cosa succede quando cambiamo e chi ci sta accanto deve imparare ad accettare quella trasformazione. In Oceania c’è anche un’altra cosa che mi ha conquistato: il vero superpotere di Vaiana è l’empatia. È ciò che la porta a salvare la piccola tartaruga, a capire che Te Kā è in realtà Te Fiti e che tutto nasce da una ferita. Non è una protagonista che vince grazie alla forza fisica, ma grazie alla capacità di comprendere gli altri. Mi sembrava un messaggio importante da portare sul grande schermo. Inoltre, poter mettere la cultura polinesiana al centro di un film Disney destinato a essere visto in tutto il mondo è stato un enorme privilegio».

Lei ha detto che le domande “Chi sono?” e “Chi voglio diventare?” sono il cuore del film. È questo, secondo lei, il motivo per cui questa storia continua a parlare a nuove generazioni?

«Credo di sì. In questi anni ho incontrato bambini per cui questa versione live action rappresenta il primo film visto al cinema, ma anche genitori che mi hanno raccontato di aver portato i figli perché dieci anni fa il primo film che avevano visto insieme era proprio Oceania. Poi c’è la musica. Le canzoni continuano a vivere anche quando il film finisce. Puoi ascoltare How Far I’ll Go migliaia di volte senza rivedere il film. Ogni volta quella musica ti riporta al momento della tua vita in cui l’hai ascoltata, alle persone con cui eri. Questo è il potere del musical. Ma soprattutto credo che le storie di famiglia non smettano mai di emozionarci. Ed è proprio questo il cuore di Oceania».

Uno degli aspetti più sorprendenti della produzione è stato il lavoro con il Cultural Trust. C’è stato un momento in cui quel confronto ha cambiato il vostro modo di affrontare una scena?

«È successo tantissime volte. Ogni costume, ogni oggetto di scena, ogni effetto visivo legato alla cultura polinesiana passava attraverso il loro confronto. Ma non erano solo consulenti: molti di loro erano sul set insieme a noi. Ricordo in particolare Felipe, un maestro artigiano arrivato da Tonga. Stavamo costruendo il villaggio e tutti ci dicevano che avremmo dovuto parlare con lui. Così lo abbiamo invitato sul set e ha trascorso un mese con noi realizzando personalmente tutte le legature in fibra di cocco che tengono insieme le abitazioni. Magari la macchina da presa le inquadra solo per pochi secondi, ma sapere che ogni dettaglio era autentico ha avuto un impatto enorme sugli attori. Quando tutto quello che ti circonda è vero, anche la tua interpretazione cambia. E credo che il pubblico riesca a percepirlo. Tra l’altro Felipe compare anche nel film: è la persona che insegna a Vaiana le prime legature nella scena iniziale. È stato il primissimo giorno di riprese di Catherine Lagaʻaia.»

Oggi molti spettatori guardano con diffidenza i remake live action. Come capisce che una storia merita davvero di essere raccontata di nuovo?

«Probabilmente il mio modo di vedere nasce dal teatro. Il teatro vive di nuove messinscene. Continuiamo a rappresentare Shakespeare o i classici greci perché quelle storie hanno ancora qualcosa da dirci. Per me un remake funziona quando permette di illuminare un racconto da un punto di vista diverso. La struttura può anche restare la stessa, ma gli esseri umani che la interpretano portano inevitabilmente qualcosa di nuovo. Noi abbiamo sempre detto una cosa: siamo qui perché amiamo il film d’animazione. Non volevamo sostituirlo, ma creare un’opera che potesse vivere accanto all’originale, come un suo compagno di viaggio».

Lei arriva dal teatro, dove l’emozione viene spesso prima dello spettacolo. Ha sentito il bisogno di proteggere quell’intimità anche all’interno di una grande produzione Disney?

«Assolutamente. Se non credi nel personaggio, non ti importa nemmeno del pericolo che sta affrontando. Che si tratti di un mostro di lava, di un gigantesco granchio o di un conflitto familiare, tutto funziona solo se il pubblico è legato emotivamente a chi vive quella storia. Per questo volevamo radicare Vaiana nel suo villaggio, nella sua famiglia, far capire cosa stesse rischiando davvero lasciando casa. C’è un verso della canzone I Am Moana che per me riassume tutto il film. Dice: “Sono una ragazza che ama la sua isola e ama il mare“. Per tutta la storia Vaiana pensa di dover scegliere tra due parti di sé. Alla fine capisce che può essere entrambe le cose. Ed è proprio questa la sua crescita».

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