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INTERVISTE I Margherita Romaniello: «La Basilicata non sia solo una location, ma coprotagonista delle produzioni»

Dall’attrazione dei set alla formazione delle maestranze, dal sostegno alle sale alla costruzione di una vera filiera audiovisiva. La presidente della Lucana Film Commission racconta a Hot Corn il presente e il futuro del cinema in Basilicata: «Vorrei che entro cinque anni chi vuole vivere di questo lavoro avesse la possibilità di farlo qui».

ROMA – Non più soltanto una terra in cui venire a girare, ma una terra in cui il cinema possa mettere radici. È probabilmente questa la sfida più importante che Margherita Romaniello, presidente della Lucana Film Commission, individua per il futuro dell’audiovisivo in Basilicata. Una regione che il cinema conosce bene e che negli anni ha prestato paesaggi, città e identità a produzioni italiane e internazionali, costruendosi progressivamente una riconoscibilità che va ben oltre Matera e la sua straordinaria fotogenia. Ma essere una grande location non significa ancora essere un’industria. E Romaniello non nasconde la distanza che rimane da percorrere. Preferisce parlare della Basilicata come di un «opificio», un luogo nel quale costruire competenze e professionalità attraverso la formazione, affinché una produzione possa trovare sul territorio non soltanto scenari e agevolazioni, ma tecnici, organizzatori, imprese e maestranze. Perché il cinema, ricorda, è cultura ma è anche economia: deve creare lavoro e lasciare qualcosa nei luoghi che lo ospitano.

È una filosofia che riguarda anche le produzioni che la Film Commission intende attrarre. Da una parte progetti di ampio respiro, già dotati di una solida prospettiva distributiva cinematografica o televisiva; dall’altra quel cinema indipendente capace di trovare un pubblico e costruire una relazione autentica con il territorio. L’obiettivo è superare l’idea della Basilicata come semplice set conveniente grazie alle facilities e trasformarla, nelle parole di Romaniello, in un vero coprotagonista della produzione.  E poi c’è il pubblico. In una regione caratterizzata da piccoli centri e da una popolazione distribuita sul territorio, una sala cinematografica può assumere il valore di un vero presidio culturale. Per questo la Lucana Film Commission ha avviato un progetto che porta nei cinema film, documentari, cortometraggi, incontri, talent e masterclass, chiedendo contemporaneamente agli esercenti un impegno nella ricostruzione del rapporto con gli spettatori. «Il film ha la dignità di avere un corrispettivo», sottolinea Romaniello, respingendo l’idea che la risposta alla crisi delle sale possa essere semplicemente quella della gratuità.

Formazione, produzioni, sale, occupazione. Tasselli differenti di un’unica ambizione: arrivare, magari entro cinque anni, a poter dire che la Basilicata non è soltanto una terra perfetta per fare cinema, ma una terra nella quale di cinema si può vivere. Ne abbiamo parlato con Margherita Romaniello.

A Venezia avete utilizzato un’espressione molto precisa: trasformare l’interesse per la Basilicata in “opportunità concrete”. Che cosa significa concretamente e quali produzioni vorreste attrarre sul territorio?

«Ambiamo naturalmente a produzioni di respiro, che abbiano già una concreta prospettiva di distribuzione televisiva o cinematografica e possano quindi dare immediatamente visibilità al nostro territorio. Ma guardiamo anche alle produzioni indipendenti di qualità, capaci di stimolare il pubblico e lasciare qualcosa nella memoria degli spettatori. Naturalmente ogni produzione è gradita, ma vorrei soprattutto che fosse capace di interagire bene con il territorio. Abbiamo capito che, quando una produzione investe in un luogo, quel territorio deve diventare anche l’anima del progetto. Non può essere relegato a luogo in cui conviene girare semplicemente perché esistono delle facilities. Anche le maestranze locali devono diventare parte attiva. Per me “concreto” significa proprio questo: creare opportunità per il territorio inteso come cluster, non soltanto come location».

La Basilicata è ormai riconoscibile anche nell’immaginario cinematografico internazionale. Come si passa dall’essere una splendida location a costruire una vera industria audiovisiva?

«Noi purtroppo non siamo ancora un’industria del cinema. Mi piace dire che siamo un opificio. Abbiamo innanzitutto cercato di puntare sulla formazione, perché si può diventare un luogo in cui creare, e non soltanto portare qualcosa dall’esterno, quando esiste una materia prima capace di farlo. La formazione è quindi fondamentale: una produzione deve poter trovare qui almeno una parte delle professionalità di cui ha bisogno. Questo significa far crescere il territorio e, contemporaneamente, creare un’agevolazione anche per chi viene a girare. Perché parliamo comunque di economia: il cinema è anche un’industria e chi vi opera ha le caratteristiche di un’impresa. Una produzione deve lasciare e creare economia sul territorio».

Quali sono oggi le professionalità che mancano maggiormente per poter costruire una filiera audiovisiva sempre più autonoma?

«Mancano ancora diverse figure, soprattutto nel comparto tecnico ma anche in quello organizzativo. Abbiamo bisogno di più professionisti capaci di fare da raccordo tra produzione e territorio e di figure legate, per esempio, al suono e alle luci. Ci sono però realtà molto giovani che hanno compreso questa necessità. Oggi molti ragazzi arrivano da una formazione universitaria: non è più soltanto un mestiere che si impara facendo, ma qualcosa che si studia. Vorrei valorizzare proprio queste esperienze, creando corsi tenuti anche da giovani professionisti già formati e attivi sui set, perché la teoria senza la pratica rimane inevitabilmente incompleta. Sulla formazione c’è ancora molta strada da fare».

In una regione fatta anche di piccoli centri, difendere una sala cinematografica significa spesso difendere un presidio culturale. Qual è oggi la situazione delle sale lucane e che cosa state facendo per sostenerle?

«Stiamo portando avanti un progetto molto impegnativo. Sosteniamo le sale, ma chiediamo loro contemporaneamente di impegnarsi per coinvolgere maggiormente il pubblico. Noi, dall’altra parte, portiamo prodotti che spesso, per le normali logiche della distribuzione nazionale, avrebbero difficoltà ad arrivare in Basilicata. Organizziamo proiezioni, masterclass e incontri nelle sale, portando anche le produzioni che abbiamo sostenuto. In alcuni casi ospitiamo talent e produttori. È successo recentemente con un film accompagnato da Riccardo Scamarcio: lo abbiamo portato in due sale lucane, a Matera e Montescaglioso, e abbiamo fatto sold out. Per noi è un lavoro molto impegnativo perché significa costruire continuamente rapporti con produzioni e distribuzioni. Ma dopo diversi cicli di programmazione siamo riusciti in alcuni casi anche ad aiutare concretamente i bilanci di sale che si trovavano in affanno».

C’è anche un tema legato al prezzo del biglietto. Per riportare le persone al cinema basta offrire loro occasioni gratuite?

«No. Credo sia importante non trasmettere il messaggio che la sala debba essere un luogo in cui si entra gratuitamente. Non si entra gratis da nessuna parte: la sala e il film hanno la dignità di avere un corrispettivo. Naturalmente possiamo lavorare con prezzi calmierati e aderire a iniziative come Cinema in Festa, ma la rieducazione al cinema passa anche dal tornare ad attribuire un valore all’esperienza della sala. Il nostro obiettivo è riportare il pubblico verso quel calore e sperare che questo riavvicinamento, nel tempo, riesca a consolidarsi».

Se guardiamo avanti di cinque anni, quale risultato le farebbe pensare che il lavoro della Lucana Film Commission abbia davvero cambiato qualcosa? Più produzioni, più professionisti lucani o una vera industria audiovisiva regionale?

«Servirebbe una sfera di cristallo per capire che cosa sarà più utile alla regione fra cinque anni. Io spero che riusciremo a costruire una sorta di ecosistema audiovisivo che comprenda un po’ tutte le cose che ha citato, portandole a un livello superiore. Vorrei una maggiore attrattività senza però perdere l’identità del territorio. È importante che la Basilicata mantenga la propria identità e non venga snaturata dall’industria. Ma dobbiamo soprattutto creare forza lavoro. Mi piacerebbe che tra cinque anni il comparto audiovisivo fosse abbastanza strutturato da permettere ai giovani, e anche ai meno giovani, che vogliono vivere di questo mestiere di poterlo fare in Basilicata». 

Per anni abbiamo detto che la Basilicata è una terra perfetta in cui girare film. Quando potremo finalmente dire che è diventata anche una terra in cui di cinema si può vivere?

«Spero proprio entro quei cinque anni di cui parlavamo. Non è un tempo lunghissimo, considerando che abbiamo iniziato soltanto recentemente a costruire un tessuto audiovisivo minimamente attrezzato. Direi però che cinque anni possono essere un buon tempo per capire se abbiamo seminato bene».

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