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Ethan Hawke, John Travolta e l’anomalo western low-cost di Ti West: Nella valle della violenza

Due stelle di Hollywood e richiami alla tragedia greca: perché (ri)vedere il film prodotto da Jason Blum

Chi conosce Ti West avrà in mente un ragazzone classe 1980 amante degli horror, uno di quelli che il Cinema lo ha studiato approfonditamente e che ogni volta che gira un film dell’orrore, pur senza sbancare i botteghini, ci mette sempre qualcosa di interessante per cui vale la pena vederlo. Con Nella valle della violenza però, West si allontana, con nostra grande sorpresa, non solo dalle sue amate lame slasher o dai virus che contagiano intere popolazioni, ma anche dai massacri come quello che ispirò il suo The Sacrament e dalle case stregate da cui si farebbe bene e a non restare mai soli. Pare che l’idea di girare questo western così singolare sia venuta a Ethan Hawke (che ne è il protagonista) e al suo amico e produttore Jason Blum (BlacKkKlansmanGet Out, Sharp Objects), desiderosi di lasciare un segno nella western renassaince di Hollywood.

Ethan Hawke è Paul.

Film anomalo, in cui Ti West e i suoi sono costretti a lavorare con un budget estremamente ridotto.  Ragione per cui nel film non vediamo quasi nessuna comparsa, le dotazioni degli attori sono limitate, non ci sono effetti speciali e la scenografia è talmente minimale da rendere questa pellicola più vicina ad un opera teatrale che ad un western hollywoodiano del 2016. Ma Ethan Hawke e Jason Blum nei teatri ci sono cresciuti e si sono fatti le ossa a New York negli Anni ’80 (ai tempi della Malaparte Theater Company), e per un regista così giovane e preparato come Ti West, gestire questa sfida low-cost è davvero un giochetto da ragazzi.

Ethan Hawke in una scena di Nella Valle della Violenza.

La sceneggiatura è tanto semplice da far sembrare Nella Valle della Violenza un episodio dell’Orestea, di cui ricalca anche la struttura fatta di atti-sequenza, più o meno lunghi, in cui gli elementi in gioco s’incastrano alla perfezione attraverso fatti concreti e dialoghi ben costruiti. L’ambientazione west potrebbe sembrare solo un espediente estetico di cui si ricalcano volentieri i cliché e i luoghi, senza però che si vada (apparentemente) a fondo nel gioco di reinterpretazione o esecuzione del genere. Da notare, sin dall’apertura, anche le musiche di Jeff Grace – che con West aveva già lavorato in passato- bravissimo a comporre un suono che contiene le vibrazioni che preludono i massacri tipici dell’horror, pur trasmettendo un’atmosfera ancorata al western.

John Travolta e James Ransone in una scena del film.

La prima metà del film, introduttiva e graduale nella narrazione, porta però inesorabilmente al fattaccio che cambierà le carte in tavola e darà vita alla seconda e più animata fase. Il protagonista è Paul (Ethan Hawke), giovane uomo di cui non sappiamo nulla, se non che si sta recando a cavallo in Messico in compagnia dell’adorabile Abbie, sua fedelissima cagnolina. Il tipico cavaliere solitario e misterioso di cui bisogna imparare a temere le doti e che richiama agli innumerevoli personaggi interpretati da Clint Eastwood, con la differenza che il nostro ha lo sguardo malinconico di Ulisse. A quattro giorni di cammino dal confine, la sete, la stanchezza e la voglia di farsi finalmente un bagno caldo lo portano a Denton, un microscopico centro abitato in mezzo al nulla, la cui gestione dell’ordine spetta allo sceriffo-despota Marshal Martin (un ottimo John Travolta).

John Travolta è lo sceriffo Marshal Martin.

Un classico quando si finisce in un paesino sperduto del west, con il bullo di turno che si crede Billy the Kid e vuole continuamente ribadire  di essere lui il maschio alfa del luogo. A volte poi, come in questo caso, la canaglia è anche il figlio dello sceriffo, un pessimo padre che evidentemente lascia troppo spazio alle scorribande del ragazzo e dei sui amici: quattro vigliacchi che fanno tutto quello che gli passa per la testa; chi per paura, chi per sentirsi più forte, chi per quieto vivere. Ma quando la misura è colma, quando la sottile linea tracciata sulla sabbia dell’accettabilità umana viene superata, il cavaliere solitario si trasforma in spirito di vendetta, uno spirito che sarà sazio soltanto quando tutti i suoi obiettivi saranno eliminati.

John Travolta e Ethan Hawke in una scena del film.

È a questo punto che il film si trasforma in un horror al contrario. Perché? Paul decide di andarli a prendere uno ad uno quei vigliacchi, e, dopo aver ucciso il primo nella vasca da bagno (esplicito richiamo a Eschilo), i restanti si asserragliano nei loro appartamenti, consapevoli che la vendetta che meritano arriverà a fargli visita. In questa fase è come se Ti West capovolgesse il punto di vista di So cos’hai fatto, perché nella dialettica omicida-vittime, lo spettatore sta dalla parte del vendicatore, mentre la paura, che è tangibile, non lo tocca in quanto categoria dentro cui si muovono unicamente le vittime designate, ovvero i cattivi. A provare a fare da mediatore in questa dinamica si inserisce lo sceriffo, in cui si sovrappongono tre diverse prospettive dei fatti: da un lato, umanamente, Martin sa benissimo che Paul ha ragione da vendere e che ha il diritto di vendicarsi, ma da Sceriffo non può permettere che la questione sia risolta con una serie di omicidi impuniti nel suo territorio, in particolar modo se – e qui subentra anche il sentimento paterno – il principale bersaglio  è suo figlio.

Una scena del film di Ti West.

Non ci sono personaggi positivi in questo film, neanche il protagonista: ognuno di loro rappresenta una qualche devianza della condotta umana, dal prete ubriacone al manipolo infame, fatta eccezione per Marie Anne, la ragazza della locanda, ingenua a sognatrice. Ma pur in tutta la sua negatività, è lo sceriffo a provare a ragionare e a mettere ordine: non lo fa certo per bontà di spirito o con consapevole riformismo, ma nel suo rappresentare una legge positiva incapace di risolvere la diatriba e travolta dall’onda del sentimento di vendetta, incarna una contraddizione enorme, che è campanello d’allarme di una società non ancora del tutto compiuta, e che di fronte a questo episodio ha bisogno di evolversi.

Taissa Farmiga e Ethan Hawke.

Come scrisse  Adorno nella sua Interpretazione dell’Odissea, «il diritto è la vendetta che rinuncia», e in questo luogo-non-luogo nel profondo sud-west la risoluzione del conflitto tra giustizia, morale e legge è ancora in divenire. Per questo motivo i riferimenti alle tragedie greche non vanno interpretate solo come espediente narrativo, ma come sostanza propria di un film che ci dà una solida e fondata lettura dell’ambiente west, pur stando ai margini del genere da un punto di vista cinematografico, classificandosi orgogliosamente come western anomalo.

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