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Per un pugno di dollari | Sergio Leone, la nascita del mito e Akira Kurosawa

Clint Eastwood, quel pomeriggio al cinema e quella causa con La sfida del samurai…

Clint Eastwood in un dettaglio del poster di Per un pugno di dollari.

ROMA – Era il 1964 quando il mondo venne travolto dalla visione di Sergio Leone. Dopo tanta gavetta tra seconde unità di regia e un’opera prima come Il colosso di Rodi, ecco Per un pugno di dollari che, oltre a consacrare la stella di un giovane ma già intenso Clint Eastwood che, di lì a dieci anni, tra Lo straniero senza nome e Il texano dagli occhi di ghiaccio, saprà imporsi come unico vero erede della tradizione western fordiana, ha rappresentato lo spartiacque artistico del genere Spaghetti Western. Perché? Perché ne codificò la grammatica filmica così da garantirvi una solida identità dopo una serie di piccoli vagiti creativi a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta, titoli come Una signora dell’Ovest di Carl Koch – del 1942, primo western all’italiana – Il fanciullo del West di Giorgio Ferroni, Il bandolero stanco di Fernando Cerchio, ma più nel solco della rilettura comico-lirica che non espressione di un puro cuore western.

I titoli di testa di Per un pugno di dollari
I titoli di testa di Per un pugno di dollari

La differenza la fece Leone. La fece Per un pugno di dollari – protagonista della nuova puntata della nostra rubrica West Corn, trovate qui le altre – ma fu tutt’altro che una passeggiata per il capostipite di quella che sarebbe divenuta la Trilogia del Dollaro, specie considerando che erano altri i progetti del regista. Nel 1963 infatti Leone stava lavorando sul trattamento di un peplum dal titolo Le aquile di Roma da lui definito come «I magnifici sette ambientato nell’antica Roma». Sul finire dell’estate dello stesso anno, su consiglio del DoP, Enzo Barboni, andò a vedere La sfida del samurai di Akira Kurosawa. Si trattava di un jidai-geki narrante le gesta di Sanjuro (Toshirō Mifune), un samurai senza passato trovatosi coinvolto in una lotta sanguinosa tra famiglie per il controllo di comunità. L’astuzia e la spada di Sanjuro riporteranno la pace nel villaggio. Per Leone fu una vera folgorazione!

Ripartire da La sfida del samurai

In preda all’entusiasmo Leone chiamò a raccolta gli sceneggiatori Duccio Tessari, Sergio Corbucci (poi regista di Django che del film di Leone è il gemello narrativo) e Tonino Delli Colli e per gennaio 1964 lo script de Per un pugno di dollari era già bello che pronto sulla base del copione tradotto de La sfida del samurai. Il motivo? Mantenerne l’identità strutturale: «Mi feci fare una traduzione del copione solo per essere sicuro di non ripeterne nemmeno una parola. Tutto ciò che volli mantenere fu la struttura di base del film di Kurosawa. Concepii l’intero trattamento in cinque giorni con Duccio Tessari. Il titolo provvisorio era Il magnifico straniero». Non era dello stesso avviso Corbucci secondo cui gli intenti di Leone erano ben altri e ben più precisi: «Leone copiò in moviola per filo e per segno il film di Kurosawa».

Clint Eastwood è Joe in una scena di Per un pugno di dollari
Clint Eastwood è Joe

E in effetti, al di là delle similitudini di sinossi, ve ne sono molte di più in termini di svolte narrative e di scelte registiche. È evidente la simbiosi strutturale tra Per un pugno di dollari e La sfida del samurai come l’entrata nel villaggio, il preludio al final showdown con la caduta dell’eroe, la cattura da parte dei villain e la sua resurrezione miracolosa. Però non c’era alcun intento malevolo e/o disdicevole nei piani di Leone: voleva per davvero realizzare un remake autorizzato de La sfida del samurai. Diede mandato alla casa di produzione a cui faceva capo, la Jolly Film di Papi e Colombo, di pagare i diecimila dollari di compenso per i diritti di utilizzazione economica pattuiti con la Toho Film. Quei soldi però, purtroppo, non verranno mai pagati.

Clint Eastwood in una scena de Per un pugno di dollari
«Un attore che ha solo due espressioni: una con il cappello e l’altra senza cappello»

Si arrivò così ad una causa legale tra le due case di produzione con Kurosawa e Leone parti interessate, chiamate in giudizio. Pur di avvalorare la propria tesi, la difesa della Jolly Film sostenne che l’ispirazione di Per un pugno di dollari fosse la commedia teatrale di Carlo Goldoni del 1745 Arlecchino servitore di due padroni. Manco a dirlo, vinse la Toho Film che, come risarcimento per il non-voluto plagio, ottenne i diritti di distribuzione di Per un pugno di dollari nel mercato asiatico e il 15% degli incassi del film in tutto il mondo. Leone non la prese bene commentando in modo infelice l’esito sfavorevole: «Kurosawa aveva tutte le ragioni per fare ciò che ha fatto. È un uomo d’affari e ha fatto più soldi con questa operazione che con tutti i suoi film messi insieme. Lo ammiro molto come regista».

Una Leone di Eastwood de Per un pugno di dollari
Una Leone di Eastwood

La causa legale non va ad inficiare però, in alcun modo, il valore di Per un pugno di dollari. Un’opera unica dal peso specifico altissimo che nel ricalibrare le inerzie del moribondo Spaghetti-Western riuscì a trascendere la stessa rilettura del genere ponendosi come contraltare alla lineare solidità compassata (ma non priva di magia) del western classico fordiano. Leone rivoluzionò il ritmo scenico del western attraverso un linguaggio moderno. Efficace, immediato, dalla musicalità netta, generante dinamismo nei duelli, spettacolarizzazione dei finali, frasi ad effetto, caratterizzazioni sporche di anti-eroi impossibili da non amare e un montaggio forsennato di rigore registico che trasudava leggenda ad ogni fotogramma del suo minutaggio. Sequenze action rivoluzionarie e pionieristiche fatte di una miscela sapiente e dinamica di particolari e dettagli, di primi e primissimi piani (le Leone) che sono pura affermazione di stile e di una precisa identità autoriale urlata al mondo.

L'aura mitica di Per un pugno di dollari
L’aura mitica di Per un pugno di dollari

Ecco perché, più passano gli anni (fu presentato a Firenze il 12 settembre 1964), più ci si rende conto di quanto sia, si presente, ma sempre più sottile il legame tra La sfida del samurai e Per un pugno di dollari perché entrambi espressione delle peculiarità stilistiche del proprio autore di riferimento: la grande capacità di racconto di Kurosawa andava di pari passo con la ricercatezza registica di Leone. «Al cuore! Se vuoi uccidere un uomo, devi colpirlo al cuore» dice nel climax Joe (Clint Eastwood) a Ramòn (Gian Maria Volonté) ed è in effetti ciò che ha fatto Leone con il cinema western. Ha puntato lì, dritto nel cuore, dandogli una nuova chiave di lettura capace di abbattere definitivamente il passato fordiano per proiettare il genere in una nuova epoca.

«Al cuore Ramòn. Al cuore! Se vuoi uccidere un uomo, devi colpirlo al cuore»

Di lì in avanti, con i successivi Per qualche dollaro in più e Il buono il brutto il cattivo – e in minor misura C’era una volta il West (che vi avevamo raccontato qui) che del Western Classico è più una celebrazione leoniana che non un’effettiva revisione –, Leone lancerà il genere nell’epoca dello sperimentale revisionismo di cui sarà l’assoluto demiurgo e fautore, almeno fino al 1969. Anno in cui Sam Peckinpah e Il Mucchio Selvaggio (di cui potete leggere qui) suonerà la riscossa dei cineasti americani ponendosi, tra il romantico La ballata di Cable Hogue e lo storico Pat Garrett e Billy Kid (di cui potete invece leggere qui), come nuovo punto di riferimento del panorama del tempo. Tutto parte da qui però. Da Per un pugno di dollari e dal genio di Sergio Leone: il cinema al suo meglio, quello che crea meraviglia e fa la storia.

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Qui sotto potete vedere il trailer del film:

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