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L’eredità del mito venticinque anni dopo | Uno, cento, mille Gian Maria Volonté

Il cinema, la politica, il talento, la rabbia e la giustizia: perché riscoprire una leggenda

Da Il sospetto a Indagine: tre facce di Gian Maria Volonté.

MILANO – Politico e poetico, rigido ma sognatore, duro e tenero nello stesso istante. Dici Gian Maria Volonté e oltre al nome salgono agli occhi frammenti e istanti, ma anche parole e sguardi, lacrime, prese di posizione e cinema purissimo. Per qualcuno la vera domanda da porsi è cosa rimane a venticinque anni dalla sua scomparsa, per noi la risposta è invece semplicemente una: tutto, tanto, troppo (no, mai troppo in realtà). Basta allungare la mano, basta fare click, basta avere voglia di scoprire e andare oltre, basta sfogliare e andare a cercare perché è tutto lì, tra YouTube e canali streaming, Dvd, Blu-ray, libri e pagine web. Una lunga serie di tasselli che conducono a quell’enorme mosaico finale chiamato GMV.

Gian Maria Volonté
Sul set di Uomini contro di Francesco Rosi. Era il 1970.

Perché Volonté non è semplicemente stato uno dei più grandi attori del Novecento, è stato il simbolo del cinema italiano quando il cinema italiano aveva coraggio e non si preoccupava di esiti e botteghino, nemmeno della reazione del pubblico, anzi, portava avanti l’arte come bandiera e Volonté non temeva (anzi, gridava, urlava, invocava) frasi come: «Ogni film è politico. Il cinema apolitico è un’invenzione dei cattivi giornalisti». In epoca di politically correct, di numeri da influencer e inutilità varie, il ricordo di Gian Maria Volonté deve servire come monito a osare, a sfidare, a spingere sempre più avanti il confine. Il limite non c’è, il limite ci è stato imposto. E noi ci abbiamo creduto e ci siamo fermati, censurati, bloccati. In nome di qualcosa che abbiamo dimenticato.

Gian Maria Volonté
1970, Volonté sul set di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri.

Ce lo ha ricordato Marco Bellocchio qualche settimana fa durante il nostro incontro alla Reggia di Caserta (lo trovate qui) chi era davvero Gian Maria Volonté, la sua dedizione, la sua determinazione anche spigolosa sul set di Sbatti il mostro in prima pagina, e come dimenticare Antonio Spoletini che nel suo documentario ricordava di quando l’attore lasciò il set di Indagine su un cittadino… per la disparità della mensa tra attori e troupe. Volonté era totale in tutto quello che faceva, non fingeva nemmeno quando fingeva, era lui Lulù Massa, la faccia della disperazione, unta e sporca, ne La classe operaia va in paradiso: «Senti Lulù, te non muori mica nel tuo letto, sai? Te muori qua, sulla macchina…».

Volonté in trasferta francese con Yves Montand e Alain Delon ne I senza nome di Melville.

Dell’eredità, si diceva. Provate a rivedere alcuni frammenti del suo cinema e vi ritroverete davanti non a semplici scene, ma a profezie quasi inquietanti. Riascoltate il discorso del suo direttore de Il Giornale (che nel 1972 ancora non esisteva, Montanelli lo avrebbe fondato due anni dopo) in Sbatti il mostro («Il lettore dev’essere rassicurato»), riascoltate le parole di Lulù Massa («Io in fabbrica mi annoio, mi rompo i coglioni. Allora lavoro, no? Lavoro! Cosa devo fare?»), e poi Vanzetti che sotto i baffoni dice al giudice che quando lui sarà polvere, loro saranno ancora ricordati. Una cosa va fatta però, anche e soprattutto venticinque anni dopo: non credere alla favola dell’attore contro, alla retorica del radicalismo a tutti i costi e della lotta sempre e comunque, perché Volonté era molto di più di una figurina politica da esibire con orgoglio e appartenenza. Era un uomo che aveva deciso dove stare e con chi stare. Sempre. E non è poco.

  • Qui il monologo di Volonté in Sbatti il mostro in prima pagina: 

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