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MONOGRAFIE I Rossellini – Il neorealista che parlava al futuro

Dal campo di battaglia alla camera di montaggio, Rossellini ha esplorato l’umano come nessuno: senza retorica, senza artificio, con una fede incrollabile nella forza delle immagini.

Roberto Rossellini

ROMA – Padre del neorealismo e regista fra i più radicali e rigorosi del Novecento, Roberto Rossellini non ha mai semplicemente “fatto cinema”: lo ha pensato, interrogato, spogliato. Nelle sue mani, l’immagine diventa gesto morale, dispositivo critico, atto di testimonianza. Rossellini non cerca la verosimiglianza, ma la verità; non vuole commuovere, ma svegliare. Per questo il suo cinema continua a interrogarci. È scomodo, spoglio, asciutto. Ma proprio nella sua nudità etica risiede la sua potenza. Dalla Roma in macerie di Roma città aperta alla Berlino spettrale di Germania anno zero, fino ai film filosofici per la televisione, Rossellini non ha mai smesso di chiedersi cosa significhi guardare davvero.

Il trauma della guerra e la nascita del neorealismo

Roma città aperta esce nel 1945 e, da subito, cambia tutto. Girato in condizioni precarie, con pellicola recuperata da avanzi di magazzino e attori presi dalla strada accanto a divi come Anna Magnani, è il primo grido del cinema italiano del dopoguerra. Ma non è ancora “neorealismo”, non in senso teorico: è piuttosto l’urgenza di dire, di mostrare, di testimoniare. Seguono Paisà (1946), racconto in sei episodi che attraversa l’Italia liberata, riferimento registico del contemporaneo Matteo Garrone e Germania anno zero (1948), capolavoro tragico ambientato tra le rovine di Berlino. La guerra non è solo sfondo: è materia viva, presenza etica, ferita aperta. Nei bambini abbandonati, nei soldati spaesati, nei gesti minimi degli ultimi, Rossellini vede un’umanità fragile, ma non perduta. Quella trilogia segna l’inizio non solo di un nuovo cinema, ma di un nuovo sguardo.

Un realismo senza illusioni

Rossellini forse possiamo azzardarci a dire che non ha mai amato la finzione. Il suo stile – apparentemente grezzo, privo di abbellimenti – è in realtà una scelta precisa: eliminare il superfluo, restare aderenti alla realtà. Nessuna luce artificiale, nessun movimento di macchina esibito, nessuna recitazione enfatica. Il suo realismo è morale prima che formale. Per lui, girare un film è come prendere appunti sul presente.
Le sue storie non hanno un vero inizio o una fine compiuta: seguono il fluire della vita, spesso senza soluzione. In questo senso, Rossellini anticipa molta della modernità cinematografica a venire: da Godard a Kiarostami, da Straub-Huillet a Olmi. Il suo neorealismo è meno “sociale” di quanto si creda: è soprattutto un’esigenza interiore. È la volontà di restituire la realtà nella sua cruda verità, senza veli.

Ingrid Bergman, la crisi e l’intimità

La seconda grande svolta della sua carriera arriva con l’incontro – umano e artistico – con Ingrid Bergman. I film che girano insieme, da Stromboli (1950) a Europa ’51 (1952), fino a Viaggio in Italia (1954), aprono un nuovo fronte nel suo cinema: l’interiorità.
Qui la guerra è ormai alle spalle, ma la crisi è più sottile, più spirituale. La macchina da presa si fa ancora più discreta, più invisibile. In Viaggio in Italia, una coppia borghese attraversa Napoli senza parlarsi: il paesaggio è più eloquente dei dialoghi, le rovine più sincere dei sentimenti. Questi film non ebbero successo immediato, ma influenzarono profondamente la Nouvelle Vague: Truffaut, Rivette, Rohmer e Godard lo consideravano un maestro assoluto. Rossellini aveva capito, prima di altri, che anche il silenzio, se guardato con verità, può raccontare il mondo. E’ in un certo senso un precursore di un qualcosa che però già celatamente esisteva.

Dal cinema alla televisione: la sfida della cultura

Negli anni Sessanta, Rossellini fa una scelta che molti considerano un tradimento: abbandona il cinema per dedicarsi alla televisione. Ma è una scelta coerente. Rossellini non voleva più raccontare storie: voleva spiegare il mondo. Lo fa con una serie di film didattici straordinari, dedicati a figure storiche e filosofiche: L’età del ferro, La presa del potere da parte di Luigi XIV, Socrate, Blaise Pascal, Agostino d’Ippona, Cartesio. Opere spartane, lontanissime dallo spettacolo, ma straordinariamente ricche di contenuto.
Rossellini sognava una TV pedagogica, capace di formare cittadini e non solo spettatori. Voleva un cinema che fosse, nelle sue parole, “un atto d’amore verso l’intelligenza”. E anche se il pubblico lo ha spesso ignorato, il seme di quel progetto è ancora fertile.

Un’eredità viva e senza pace

Roberto Rossellini muore nel 1977, lasciando un’opera che attraversa generi, epoche e linguaggi. Non ha mai cercato la bellezza, ma il significato. Non ha mai rincorso il pubblico, ma la coscienza. Il suo cinema è una frontiera etica, ancora oggi difficilissima da abitare.
Ha influenzato decine di autori, ma è rimasto inimitabile. Perché più che uno stile, Rossellini ha trasmesso una responsabilità: quella di guardare il mondo senza filtri, senza paura, con il coraggio dell’incompletezza. Il suo lascito è tutto in quella semplice, scomoda domanda: che cosa può ancora essere il cinema, se non la ricerca di una verità condivisa?

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