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L’altra America di Sergio Leone | C’era una volta il West compie cinquant’anni

La magia, il tempo, la frontiera che muore: il cult di Sergio Leone usciva in sala il 21 dicembre 1968

Un dettaglio di un poster di C'era una volta il West firmato da Frank McCarthy.

ROMA – Per il filosofo francese Henri Bergson il tempo non è fatto di separati instanti, ma è un fluire continuo, impossibile da scindere. Esattamente come una pellicola, composta da tanti fotogrammi, eppure percepita e vissuta come un’esperienza unica, dalla durata soggettiva e correlata direttamente allo spettatore. Giocando con le parole, potremo quindi dire che Bergson, riflettendo sul tempo, ha anticipato la pratica messa in atto da Sergio Leone, esattamente cinquant’anni fa. Perché C’era una volta il West – presentato per la prima volta a Roma il 21 dicembre 1968 – è la sintesi del pensiero di Bergson: 165 minuti (175 per la director’s cut, che trovate su CHILI) dove, grazie a un filo di trama, viene dilatata e ristretta la fine dell’epica americana, fatta di eroi sporchi e fuorilegge senza bandiera. Con il tempo reale e il tempo cinematografico ad annullarsi.

Sergio Leone con Claudia Cardinale sul set di C’era una volta il West.

E allora, eccoci persi dentro il Nuovo Mondo, testimoni della fine del Vecchio Mondo, tra la polvere del Far West e il cinema che cambia. Tutto caricato su un treno a vapore che collega la costa atlantica a quella del Pacifico, voluta dal presidente Ulysses S. Grant. Così, in poco meno di otto giorni, potevi svegliarti a New York e ritrovarti a Sacramento. Era il futuro, il progresso, la rivoluzione moderna che avrebbe distrutto il mito del confine, l’epica western, fondamentale nella storia del popolo americano e basilare nell’evoluzione cinematografica. Dal linguaggio classico a quello postmoderno.

In una pausa Leone aggiusta il costume di Henry Fonda.

«Si può dire che C’era una volta il West sia il film che mi ha fatto capire di essere un creatore di film, ma soprattutto ha avuto un impatto su di me come regista», riflette Quentin Tarantino, nell’introduzione di Once Upon a Time in The West – Shooting a Masterpiece, meraviglioso libro di Christopher Frayling, in uscita nel 2019 e ricco di materiali, dai disegni alle interviste inedite, fino agli aneddoti mai raccontati. E si ritorna su quel treno che taglia l’America, già citato da John Ford ne Il cavallo d’acciaio, film sull’epopea della costruzione della Prima Ferrovia Transcontinentale, e che Leone riprende per elaborare una riflessione sul declino del cinema e della narrativa di frontiera, contrapposto alla creazione dell’America moderna. Tra leggenda e reale, a cominciare da quegli elementi che lo rendono, cinquant’anni dopo un’opera perfetta.

La copertina di Once Upon a Time in the West: Shooting a Masterpiece di Christopher Frayling.

Qualche esempio? La fotografia di Tonino Delli Colli appoggiata sopra un soggetto scritto da Leone assieme a due futuri maestri: Bernardo Bertolucci e Dario Argento. «Osservare Leone mi affascinava molto. Quando, ad esempio, descriveva in anticipo i movimenti di macchina che bisognava fare per riprendere una scena: per me era come ascoltare Dante declamare i suoi versi […]», confidò Argento proprio a Frayling in un altro libro Sergio Leone. Danzando con la morte. E poi, capitolo ma parte merita – nemmeno a dirlo – la colonna sonora di Ennio Morricone, capace di racchiudere in un giro di note l’eternità intera del Far West, di descrivere personaggi con un solo giro di note, vedi Cheyenne e quell’andatura da Lilli e il vagabondo che gli suggerì lo stesso Leone.

E poi, in cima a tutto, lo sguardo di Leone, tra manierismo, geometria e perfezione, riscrivendo le leggi di tempo e di cinema. Basterebbe la lunga sequenza d’apertura, i passi di Charles Bronson, il ronzio di una mosca, il suono dell’armonica. Cinque minuti che sembrano non finire mai, eterni, con la camera di Leone che immortala i tre pistoleri, di spalle, in uno dei quadri più rappresentativi del Novecento su grande schermo.

Leone su una gru sul set prima di una ripresa.

E poi Henry Fonda, il buono del western classico trasformato da Leone in villain davanti a una Claudia Cardinale arrabbiata, dolente e bellissima, che tiene per mano la sua Jill McBain a difendere la dignità del suo straccio di terra dal magnate Morton (Gabriele Ferzetti). E un film a parte lo sono poi Cheyenne (Jason Robards) e Armonica (Charles Bronson), amici irregolari, anarchici con l’ultimo saluto muto di Leone alla frontiera, persa tra lo sbruffare di un treno e il cielo azzurro di un’epoca che non tornerà più.

Volete rivedere C’era una volta il West? Lo Trovate su CHILI.

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