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Clint Eastwood e il revisionismo western de Il Texano dagli Occhi di Ghiaccio

I buoni, i cattivi, i duelli e quell’apparenza da revenge movie: perché (ri)vedere il cult del 1976

Clint Eastwood, al secondo western dopo Lo straniero senza nome (1973), (ri)veste i panni del freddo pistolero silenzioso, solitario e infallibile che gli aveva dato la gloria nella Trilogia del dollaro di Sergio Leone. Ma questa volta un nome ce l’ha, a differenza del sigaro, sostituito da dosi di tabacco da masticare. È Josey Wales, contadino del Missouri che, sul finire della Guerra di Secessione, si vede uccidere davanti agli occhi moglie e figlio, restando solo davanti alla propria casa in fiamme. Sebbene non si sia mai interessato alla guerra – troppo occupato a lavorare duro e amare la sua famiglia- il fatto che la terribile nefandezza fosse stata opera di un manipolo di soldati nordisti guidati dallo scellerato Capitano Terrill (Bill McKinney) porta Wales a seguire alcuni sudisti per trovare una ragione di vita nella vendetta.

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Iconic Eastwood.

Fin qui sembrerebbe di trovarci di fronte a un revenge movie, ma non è così, perché ben presto il tentativo di vendetta fallirà, i nordisti vinceranno la guerra e Wales – che non vuole accettare il risultato del conflitto – dovrà darsi alla clandestinità con tanto di taglia sulla sua testa, ricercato, ironia della sorte, dall’odiato Terrill, a capo alla spedizione incaricata di trovarlo. Inizierà così un viaggio oltre il fiume Missouri (e poi verso il Messico) per mettersi in salvo, una vera e propria Odissea nella quale incontrerà personaggi diversi, grazie ai quali maturerà come uomo e placherà il suo animo di combattente ricalcitrante. Alla fine, per paradosso, la vendetta giungerà insperata, ma solo come forma di legittima difesa prima della definitiva pace dei sensi che gli permetterà di ricominciare a vivere, lasciandosi il passato alla spalle.

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Clint Eastwood nella locandina de Lo Straniero dagli Occhi di Ghiaccio.

Il Texano dagli occhi di Ghiaccio è un western revisionista nei confronti del mito, perché i “cattivi” militano nelle fila della supposta civiltà americana, mentre i “buoni” sono all’esterno del perimetro di quel mondo organizzato, militarizzato e in inarrestabile espansione: “buoni” sono i coltivatori di sussistenza che alla guerra non hanno mai creduto, sono i pellerossa civilizzati come Lone Watie (Chief Dan George, già Cotenna di Bisonte in Piccolo grande uomo di Arthur Penn) che ironizzano sulle promesse non mantenute dall’uomo bianco e sulla mancanza di un vero ruolo, per loro, all’interno della nuova società; sono le donne, che in quel disastro provocato dalle armi vengono stuprate, vendute e utilizzate come serve; risiede nella categoria dei buoni, infine, anche il capo indiano Orso Bruno (il grande Will Sampson di Qualcuno volò sul nido del cuculo), privo dell’aggressività attribuita ai nativi nella prima fase del western classico e perfettamente in grado di trattare con i coloni pacifici per una convivenza di reciproco rispetto.

Sondra Locke, dal 1975 al 1989 compagna di Eastwood.

Come successivamente farà, Eastwood mette in primo piano le persone, gli sconfitti dalla Storia e gli emarginati, ma senza eccedere in sentimentalismi, limitandosi a mostrare un punto di vista alternativo attraverso una narrazione solida e coerente, una regia pulita, e dimostrando non solo di saper girare un western, ma anche di essere un autore originale, indipendente, libero. Nel farlo, però, si diverte a utilizzare tutti gli archetipi del genere, rivisitandoli ad uno ad uno nella nuova ottica revisionista.

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Clint Eastwood e Will Sampson in Lo Straniero dagli Occhi di Ghiaccio.

Abbiamo l’assassinio iniziale, privo di giustificazione (in quanto compiuto dai malvagi), che gli serve per dare il via all’azione; c’è la tipica scena del massacro con la mitragliatrice, ma questa volta eseguita dall’esercito regolare contro cittadini inermi; e poi l’inseguimento, il deserto, le notti all’addiaccio, il saloon, l’assalto al villaggio da parte dei predoni (classicamente inquadrati come massa, mai come individui singoli e riconoscibili), l’assedio alla casa-fortezza e, ça va sans dir, i due duelli, sui quali c’è qualcosa in più da sottolineare.

Nel film, assistiamo infatti a due duelli, entrambi nella seconda parte, e nessuno dei due del tipo tradizionale. Il primo si svolge stranamente in un saloon, tra Wales e un balordo cacciatore di teste che vorrebbe riportarlo a casa: lo svolgimento al chiuso rappresenta la dimensione privata di un combattimento che non ha nulla a che vedere con i nuovi rapporti che il protagonista ha intrattenuto con i personaggi incontrati sul suo cammino; è un fatto privato, consumato velocemente come una sveltina, quasi un fantasma che appartiene ormai al passato, un passato già stato superato da tutti, tranne che dall’unico che continua ad esserne perseguitato, cioè Josey.

L’altro duello (quello finale) torna invece all’aria aperta, assumendo la classica dimensione pubblica e dei campi profondi, ma è un confronto che ha anche un’altra dimensione: quella privata e conosciuta solo dai duellanti, tanto è vero che la tensione generata darà luogo solo ad uno scambio verbale che di fatto è una farsa tra l’ex-amico Fletcher (John Vernon) e Eastwood, in un duello-contrattazione che non ha come esito l’evidenza di nuovi rapporti di forza tra i due, ma solo la certificazione che la guerra è finita anche per il protagonista e non c’è più bisogno di combattere. Dunque, si rende inutile lo scontro a fuoco, mentre si segna l’inizio della nuova vita di Josey, che simbolicamente si gira di spalle (anche in segno di fiducia per l’altro) e prosegue per la sua strada lasciandosi tutto dietro.

Se volete rivedere il film con Eastwood lo trovate su CHILI: Il Texano dagli Occhi di Ghiaccio

  • Qui trovate la nostra sezione dedicata al western: West Corn

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