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Per qualche dollaro in più | Sergio Leone e la maturazione della poetica del dollaro

Il ritorno di Clint Eastwood. Gian Maria Volonté. Lee Van Cleef e quell’anima western finalmente radicata

Un dettaglio della locandina di Per qualche dollaro in più.

ROMA – Un anno dopo il successo de Per un pugno di dollari (di cui potete leggere qui), Sergio Leone ci riprovò con un po’ più di moneta. Si perché, facili battute a parte, Per qualche dollaro in più ha davvero tanto del predecessore e non solo il “dollaro” del titolo, a partire dal ritorno di Clint Eastwood e Gian Maria Volonté rispettivamente nei ruoli di eroe (Monco) e villain (El Indio) – sorprendenti riletture caratteriali dei precedenti Joe e Ramon – e di un paio di new entry eccellenti che dello Spaghetti-Western saranno poi protagonisti assoluti come Lee Van Cleef (Col. Douglas Mortimer) – che del Western classico era già volto noto tra Mezzogiorno di fuoco e L’uomo che uccise Liberty Valance – e un giovanissimo ma già folle Klaus Kinski (Juan Wild), consacratosi poi con l’innevato Il grande silenzio di Sergio Corbucci.

Il ritorno di Clint Eastwood e Gian Maria Volonté e la new-entry Lee Van Cleef in una scena di Per qualche dollaro in più
Il ritorno di Clint Eastwood e Gian Maria Volonté e la new-entry Lee Van Cleef

Per Leone però Per qualche dollaro in più ha rappresentato molto più di un semplice sequel spirituale: era la prova del nove. Il saper davvero raccontare cinema Western, il consolidamento di una specifica idea filmica che darà poi lo slancio creativo (e di fiducia) con cui arrivare infine al capitolo conclusivo della Trilogia del dollaro, quel Il buono il brutto il cattivo fortemente rievocativo dello stesso, nonché, a conti fatti, summa della poetica Spaghetti del cineasta romano. Ma andiamo con ordine, perché l’inaspettato successo di Per un pugno di dollari, spinse Leone a chiedersi quanto sarebbe stato difficile ripetersi, specie dopo tutte le problematiche relative alla causa con Akira Kurosawa. Iniziò così a battere le strade narrative più disparate, dal thriller al biopic, nessuno sbocco.

Il feticcio leoniano Mario Brega e l'inaspettato Klaus Kinski in una scena di Per qualche dollaro in più
Il feticcio leoniano Mario Brega e l’inaspettato Klaus Kinski

Decise così che era ancora il Western il genere di riferimento, o meglio, si convinse a diventare un Regista Western a pieno titolo. La prima cosa che fece? Scindere il contratto con la Jolly Film: «Mi aveva nauseato. Così andai a trovare i due produttori. Gli dissi che in effetti il modo in cui si erano messe le cose mi faceva piacere, perché significava che non avrei mai più dovuto fare un film con loro. Avrei avviato un procedimento legale, ma non volevo vederli mai più. E fu da lì che nacquero i semi della mia vendetta. Dissi loro: Non so se davvero ho voglia di fare un altro Western. Ma lo farò. Solo per farvi dispetto. E si intitolerà Per qualche dollaro in più. Ovvio che in quella fase non avevo idea di quale sarebbe stato il soggetto».

«Hai scritto Per un pugno di dollari? Bene! Questo sarà Per qualche dollaro in più…Molti milioni di dollari in più»

A cui fece eco, poco dopo, lo sceneggiatore Luciano Vincenzoni: «Hai scritto Per un pugno di dollari? Bene! Questo sarà Per qualche dollaro in più…Molti milioni di dollari in più». Da lì a poco, durante una cena con il neo-produttore (al tempo solo avvocato) Alberto Grimaldi, Leone propose il finanziamento di un progetto cinematografico: Per qualche dollaro in più. La proposta? Spese pagate, compenso, e 50% dei profitti, ma non solo. Per la prima volta una produzione americana – la mitologica United Artists – prese parte alla realizzazione di uno Spaghetti-Western investendo ben seicentomila dollari curandone, inoltre, la distribuzione a livello globale. Il merito fu tutto di Vincenzoni – sceneggiatore già consolidato nell’immaginario di Cinecittà dopo aver firmato gli script de Il ferroviere, La grande guerra Sedotta e abbandonata – che fece vedere Per un pugno di dollari ad Ilya Lopert, rappresentante europeo della United Artists.

Clint Eastwood è Il Monco in una scena di Per qualche dollaro in più
Clint Eastwood è Il Monco

Manco a dirlo era Vincenzoni il capofila degli sceneggiatori (suo l’apporto alla linea comica del racconto) a lui si aggiunsero Duccio Tessari e Fernando Di Leo – già arruolati da Leone per il precedente del Dollaro – che diedero forma al primo draft di Per qualche dollaro in più. La storia delineata era pressappoco quella che leggiamo nella sinossi ufficiale: due bounty killer, uno giovane e uno anziano, che si alleano per catturare un fuorilegge. Furono gli interventi di Sergio Donati sui dialoghi e sul climax prima e di Tonino Valerii nel dare colore al background caratteriale del El Indio poi, a rendere Per qualche dollaro in più un sequel più che ambizioso del già sensazionale Per un pugno di dollari, a partire dalla frase nell’incipit.

«Indio, tu il gioco lo conosci»

«In un luogo dove la vita non aveva prezzo, la morte, qualche volta, lo aveva. Per questo comparvero i cacciatori di taglie» recitava, e già da qui è evidente un primo elemento d’opposizione a Per un pugno di dollari e la sua dimensione più intima del conflitto scenico. Per qualche dollaro in più parte con una maestosa panoramica del deserto con un uomo ucciso. Un evento del tutto scollegato da un punto di vista narrativo ma simbolico del cambio di rotta, dell’allargamento delle maglie sceniche e, di riflesso, di una maggior ambizione nell’intreccio poi delineatosi. Laddove Per un pugno di dollari infatti, forte della suo legame di amore/odio con La sfida del samurai, lasciava trasparire poco del sapore del West, mostrandoci appena i contorni della silhouette, ecco Per qualche dollaro in più e il colore Western dei suoi saloon pieni di vita, del baro a carte, del barbiere.

«In un luogo dove la vita non aveva prezzo, la morte, qualche volta, lo aveva. Per questo comparvero i cacciatori di taglie»

È una rielaborazione di topos evocativi del genere quella di Leone, un processo di scrittura arguto e prezioso con cui costruire una narrazione più forte che desse colore, sapore e profumo del West e, di riflesso, profondità e consistenza al contesto scenico. Il resto lo fanno i Leonismi registici: gli stacchi di montaggio veloci con cui dare sfumature e consistenza alle intenzioni dei personaggi, i primi e primissimi piani, i sempre più frequenti dettagli della mano che spara, le frasi cool, ad effetto, tutte quelle peculiarità della grammatica filmica di cui Leone ci aveva già resi partecipi in Per un pugno di dollari, qui cristallizzate. L’obiettivo di Per qualche dollaro in più? Discostarsi da La sfida del samurai chiaramente, a ogni costo, ora nell’avvolgere il racconto in un intreccio più solido, meglio strutturato e ricercato, ora nella costruzione di dimensioni caratteriali decisamente più approfondite.

Leonismi eccellenti: Il carillon de El Indio in una scena di Per qualche dollaro in più
Leonismi eccellenti: Il carillon de El Indio

Elemento quest’ultimo su cui Leone si espresse così nella sua oramai celebre chiacchierata con Noël Simsolo tra le pagine di C’era una volta il cinema: «Uno è un Colonnello – un uomo anziano, colto e raffinato. Si comporta con accurata premeditazione per compiere la sua vendetta. L’altro è solo un professionista. Fa il suo lavoro, puro e semplice. È cinico… quasi un robot. Sembra che gli interessi solo il denaro. E da lì nasce il massimo della violenza: il denaro come forza motrice dell’azione» – per poi proseguire sottolineando la valenza caratteriale dell’agente scenico di Van Cleef – «Fino ad allora, il Colonnello è rimasto in vita grazie alla sua intelligenza e abilità. Fa un uso calcolato della distanza, della portata limitata dell’arma del suo avversario, il che gli permette di prendere la mira e portarsi in vantaggio. Un tecnico, più che un professionista».

Per qualche dollaro in più, o del primo Triello del cinema di Sergio Leone
Per qualche dollaro in più, o del primo Triello del cinema di Sergio Leone

È con Per qualche dollaro in più infatti che Leone fa suo lo Spaghetti-Western armeggiando con la stessa grammatica filmica da lui redatta, giocando di silenzi e attese, introducendo l’uso particolareggiato di oggetti scenici come il carillon dell’Indio, o la pistola modificata del Colonnello, di enorme impatto drammaturgico, sino al prototipo del Triello – reso poi registicamente sublime dal successivo Il buono il brutto il cattivo – che nel puntare dritto al cuore del fantasioso climax viene raccontato così da Leone: «Nel duello finale, Clint lo obbliga a dare prova della sua professionalità al momento della verità. Gli offre l’occasione, ma il Colonnello deve essere svelto perché Indio è veloce a estrarre! E Clint non lo aiuterà in questa situazione bloccata. Resterà spettatore. Se il Colonnello viene battuto, allora lo vendicherà. Ma la cosa essenziale è rispettare il momento della verità del suo collega».

«È molto meno banale di un duello da saloon»

«È molto meno banale di un duello da saloon» conclude Leone, e cinquantasette anni dopo (il film fu presentato in anteprima a Roma il 18 dicembre 1965) – parafrasando le parole dello stesso autore – è molto più che un semplice sequel spirituale Per qualche dollaro in più, e non solo per aver (quasi) eguagliato il successo commerciale di Per un pugno di dollari. Da intendersi piuttosto come l’inizio del processo di maturazione, una prova del nove ampiamente superata che lanciò Leone tra i grandi del genere Western, non solo Spaghetti. Un capolavoro? No, per usare quella parola bisognerà aspettare il 1966 de Il buono il brutto il cattivo, di sicuro però da intendersi come un’opera preziosa ed essenziale per la storia del cinema e per il cuore di molti cinefili.

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Qui sotto potete vedere il trailer del film:

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