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Rocco e i suoi fratelli e la Milano di ieri: perché rivedere il capolavoro di Luchino Visconti

L’eterno conflitto Nord e Sud, quell’Italia in bianco e nero e Alain Delon seduto in cima al Duomo

Milano, 1959: Annie Girardot e Alain Delon in una scena di Rocco e i suoi fratelli.

MILANO – «Prendete un problema di qualunque natura e datelo da risolvere a due italiani: uno milanese e l’altro siciliano. Dopo un giorno, il siciliano avrà dieci idee per risolvere il problema, il milanese nemmeno una. Dopo due giorni, il siciliano ne avrà cento, il milanese nessuna. Dopo tre giorni, il siciliano avrà mille idee per risolvere questo problema, e il milanese lo avrà già risolto». Così, lapidariamente, Giuseppe Tomasi di Lampedusa – grandissimo scrittore al quale, peraltro, è legato anche lo sviluppo intellettuale di Luchino Visconti – descrisse le profonde divergenze socio-culturali tra milanesi e cittadini del Sud. E proprio nel profondo contrasto tra queste due diversi tipi di italianità affonda le radici il monumentale capolavoro Rocco e i suoi fratelli, che Visconti cominciò a girare proprio a Milano, in via Bellezza, sessant’anni fa.

Delon e Visconti a Milano, in via Bellezza, sul set.

In Rocco e i suoi fratelli i protagonisti non sono siciliani, ma originari della Lucania: la famiglia Parondi, quattro fratelli e la madre (una straordinaria Katina Paxou), si trasferisce a Milano, dove già da tempo vive uno dei fratelli, in cerca di lavoro e riscatto sociale. Le difficoltà saranno molte, tra lavori umili e discriminazioni feroci da parte dei milanesi. Visconti mette in scena l’epopea melodrammatica della famiglia Parondi, sospesa sul labile confine tra mito e realtà, in un’opera dalle proporzioni monumentali che ha scavato un solco all’interno della storia del cinema. Tutto impreziosito da un cast superbo: Alain Delon alla migliore interpretazione di sempre, Renato Salvatori è l’eccezionale villain, Annie Girardot la bellissima prostituta contesa dai fratelli, per non parlare della colonna sonora di un altro grandissimo milanese come Nino Rota.

E poi dietro di loro, scenografia in bianco e nero, ecco Milano, silente teatro delle peripezie dei cinque fratelli. Un’altra città rispetto a quella di oggi, una Milano sudicia, plumbea, sempre ritratta nel grigiore delle squallide periferie, con i palazzi fatiscenti, l’intonaco dei muri scrostato e flebili speranze, affidate esclusivamente alla pesantezza del pugno di Simone (dopo sarà invece Rocco a darsi alla boxe), perché, in fin dei conti – siamo nel 1959 – la lezione neorealista è ancora vivida. Qui è legata in maniera indissolubile al melodramma, cornice della civiltà industriale del Nord con la palestra di via Bellezza, oggi rinominata Palestra Visconti all’interno dell’Arci, assoluta protagonista.

Rocco e i suoi fratelli
Visconti ancora sul Duomo con Annie Girardot e Alain Delon.

Non mancano riverberi letterari – il soggetto è ispirato dai racconti de Il ponte della Ghisolfa di Giovanni Testori – da Thomas Mann fino a Dostoevskij. Sequenze da mandare a memoria? Almeno due: Annie Girardot e Alain Delon sulla terrazza del Duomo e la scena girata all’Idroscalo. Un film che è un paradigma, una vicenda di sudore (e pure un po’ di sangue) che va vista e rivista, senza mai stancarsi, soprattutto dalle generazioni più giovani. Come il Duomo in architettura, così Visconti spinse più in là le frontiere del cinema italiano, che da Rocco e i suoi fratelli non sarebbe più stato lo stesso.

  • Potete (rivedere) Rocco e i suoi fratelli su CHILI qui. Qui il trailer:

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