ROMA – Ci sono film che raccontano il mondo, e altri che raccontano chi ha deciso di attraversarlo, rischiando tutto per farlo. Albatross, diretto e interpretato da Giulio Base, appartiene alla seconda categoria. Al centro, la figura di Almerigo Grilz: giornalista triestino, videoreporter e tra i fondatori, negli anni ’80, dell’agenzia stampa “Albatross”. Un uomo che scelse la strada del reportage di guerra come forma estrema di testimonianza, portando la sua telecamera nei luoghi più dimenticati del pianeta: dal Medio Oriente all’Africa, fino al Mozambico, dove trovò la morte nel 1987 a soli 34 anni. È la sua storia ad attraversare Albatross, in sala dal 3 luglio con Eagle Pictures. Un racconto costruito attorno alla figura di un uomo mosso da un’urgenza profonda: esserci, vedere, documentare. Il film segue Grilz negli anni della formazione e della ricerca, restituendo l’immagine di un giovane inquieto, idealista, attratto da ciò che accade lontano, fuori dal campo visivo comune.

A interpretarlo è Francesco Centorame, che gli restituisce forza, slancio e convinzione, incarnando un giovane mosso da una passione incrollabile e da un’idea chiara: il mondo va conosciuto da vicino, attraversato, raccontato. Il suo Grilz è diretto, istintivo, guidato da un’urgenza autentica, sempre pronto a partire, a rischiare, a credere. Intorno a lui, un cast giovane e coeso – Michele Favaro, Linda Pani, Tommaso Santini – affiancato dalla presenza autorevole di Giancarlo Giannini nel ruolo di Vito Ferrari. La regia di Base costruisce il film su due piani narrativi: da un lato l’azione, i viaggi, i fronti di guerra attraversati da Grilz; dall’altro la memoria, affidata alle voci di chi lo ha conosciuto, tra cui proprio quella di Ferrari. Il montaggio di Diego Capitani intreccia questi livelli con equilibrio, generando un andamento fluido che attraversa il tempo senza forzature, in un dialogo continuo tra passato e presente.

Ma Albatross è anche – inevitabilmente – un film che si confronta con il peso della memoria. Prima di diventare giornalista e videoreporter, Grilz fu esponente della destra neofascista, segretario del Fronte della Gioventù e militante del Movimento Sociale Italiano. Una parte centrale della sua biografia, che il film sceglie di affrontare in modo esplicito, attraverso un monologo affidato a un personaggio interpretato dallo stesso Base. Un momento che rompe la linearità del racconto e introduce un livello metacinematografico che si fa riflessione, forse anche presa di distanza, restituendo la complessità di una figura difficile da raccontare oggi.

Il film non si propone di giudicare né di assolvere. Piuttosto, sceglie di raccontare, restituendo il ritratto di un uomo che ha fatto della testimonianza la sua missione, attraversando epoche, conflitti e territori in cerca di verità. Come l’uccello del titolo, anche Grilz è mostrato in bilico tra identità diverse: quella del militante, del testimone, dell’uomo in viaggio. Albatross ne raccoglie la storia con eleganza, ma anche con una certa cautela, evitando il confronto diretto e scegliendo un tono che, in più momenti, rischia di sfiorare l’ammirazione. C’è un tentativo di mettere in discussione la figura che rompe il registro e prova a interrogare lo spettatore, ma resta un gesto isolato. Una scelta narrativa legittima, certo, che però lascia aperta una domanda: in tempi come questi, si può davvero raccontare una figura così senza confrontarsi a fondo con ciò che rappresenta?





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