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Vinicio Marchioni: «Grazie a Čechov metto in scena le macerie del nostro Paese»

L’adattamento di Uno Zio Vanja sarà in scena al Teatro Franco Parenti di Milano fino al 17 marzo

MILANO – «Dal teatro al set cinematografico, le emozioni di un attore sono le stesse. Cambia solo l’approccio». Racconta così, Vinicio Marchioni, quell’attimo prima di entrare in scena, che sia in un teatro o davanti una cinepresa. Infatti, l’attore, è in tour con l’adattamento di Uno Zio Vanja di Čechov, da lui diretto e curato da Letizia Russo. Insieme a Marchioni, sul palco, anche l’amico e collega Francesco Montanari, oltre a Lorenzo Gioielli, Milena Mancini, Alessandra Costanzo, Nina Torresi, Andrea Caimmi e Nina Raia. Dopo essere passato, con successo, al Teatro Morlacchi di Perugia, tornando poi a Roma, nel teatro di Tor Bella Monaca, il Čechov contemporaneo arriva a Milano, al Teatro Franco Parenti, fino al 17 marzo.

Marchioni e Francesco Montanari sul palco.

ČHECOV «Uno Zio Vanja? Siamo stati a Perugia, poi siamo tornati a Tor Bella Monaca, ora a Milano. I teatri sono sempre pieni, il lavoro è bello, il tentativo di mettere in scene le nostre macerie, attraverso Čechov, con un pubblico che risponde bene, ci rende contenti. Abbiamo cercato, con Letizia Russo e Milena Mancini, di sovrapporre una piantagione agricola della Russia dell’Ottocento con le macerie di un post terremoto, arrivando poi alla crisi di questi anni. Macerie reali e culturali, oltre che economiche».

L’ATTORE «Il set e il palco, due espressioni diverse. Nel cinema una scena si può rifare, ma devi arrivare sul set pronto, per ricreare la vita. Sul palco, è come ricostruirla da capo. Davanti la macchina da presa devi eliminare il più possibile per arrivare all’essenza, a teatro c’è una costruzione completa. Però, l’emozione è la stessa. Le energie si veicolano in due modi diversi. In un teatro, pubblico e attore, sono nello stesso luogo. Alcune volte c’è alchimia, altre volte devi legarti ad un pubblico più freddo o distaccato. Differenze che fanno ogni spettacolo diverso dall’altro. E un attore percepisce tutto».

Uno Zio Vanja.

DRAMMA E COMMEDIA «Il pubblico? A teatro è attento e partecipativo, perché sceglie di uscire di casa con la volontà di prendere parte a qualcosa. Al cinema, generalizzando, cerca una distrazione, ma sta ad ognuno di noi trovare la chiave per far uscire le persone da casa, cercando di intrattenerle nella maniera migliore. Lanciando temi o spunti di riflessione, dal dramma alla commedia».

Una scena di Uno Zio Vanja.

LA SALA «Cosa vedo al cinema? Con due figli piccoli vado poco e mi dispiace. Però, cerco di vedere opere che mi incuriosiscono. Penso ad un autore come Alfonso Cuarón che va visto sul grande schermo. Insomma, il cinema nasce per essere visto in sala».

Oscar, Alfonso Cuaron nominee for Roma
Alfonso Cuarón sul set di Roma.

CINEMA ITALIANO «Giuliano Montaldo anni fa mi disse: “Faccio cinema da più di 50 anni, e non c’è stato un giorno che non si sia parlato di questa crisi”. Penso che questo nasca dalla mancanza di un’industria. Il nostro cinema è vivo, abbiamo ricominciato a scrivere storie di genere. Però, la crisi è nel coinvolgere il pubblico. Dobbiamo capire come riportare il pubblico ad amare il nostro cinema, così come si ama il cinema internazionale. Serve ricreare un dialogo maggiore: se una persona esce di casa, deve avere un motivo. Ed oggi è difficile, perché ci sono tanti modi per vedere un film stando sul divano. La sfida è di quelle toste».

Marchioni e Valerio Mastandrea sul set di The Place.

I MAESTRI «Il futuro? Mi piacerebbe ritornare sui grandi classici del cinema italiano. Monicelli, Germi, De Sica, Risi. Pensare che molti giovani non sanno nemmeno chi sono. Adattare teatralmente i nostri maestri, è un mio sogno. Del resto, la cultura italiana è anche cultura cinematografica. Se siamo stati grandi negli Anni Cinquanta e Sessanta, è anche grazie a La Dolce Vita. La memoria di un popolo si fonda sulla produzione artistica, teatrale e cinematografica».

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