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Sogni disperati e colpe da espiare: Matthew McCounaghey e il blues amaro di Cocaine

Yann Demange racconta l’epopea drammatica e criminale di una famiglia sull’orlo del baratro

Matthew McConaughey e Richie Merritt in una scena di Cocaine.

«Come on, you’ve got to listen unto me. Lay off that whisky, and let that cocaine be». No, probabilmente non esiste canzone migliore di Cocaine Blues di Johnny Cash se si vuol cercare un paragone musicale con Cocaine – La Vera Storia di White Boy Rick  (White Boy Rick, titolo originale). E, non a caso, il regista Yann Demange, “spara” il brano – reso grande dalla cover di Cash, cambiando leggermente l’originale del gracchiante T.J. Red Arnall – proprio all’inizio del film, quando ci fa entrare nel mondo dei Wershe.

Una scena del film.

Infatti, tra giacche di jeans, una livida Detroit e piccoli, grandi affari sporchi da cui è impossibile uscire. Perché, la storia di Richard Jr. e Sr., pare uscita direttamente da un romanzo di Andre Dubus, eppure è più vera che mai. Interpretata da uno stropicciato Matthew McCounaghey e dall’esordiente Richie Merritt, White Boy Rick è l’epopea drammatica e criminale di una famiglia sull’orlo del baratro.

Il regista Yann Demange e Richie Merritt.

Ed è un film strano, quello di Demange (parigino, qui al suo secondo lugometraggio dopo l’ottimo ’71), sporco e masticato, diviso in capitolo proprio come fosse un libro, correndo sgraziatamente verso un finale rimandato di trent’anni. Del resto, Richard Jr., è passato alla storia come il più giovane informatore dell’FBI – a soli 14 anni – per poi diventare (necessità virtù, qualcuno dice) un trafficante di cocaina, prima di essere ”tradito” dalle autorità e tenuto in carcere fino al 2017, quando è uscito sotto libertà vigilata su volere della Oaks Correction Facility del Michigan, tornandoci poi (fino al 2021) per un reato di cui, però, si è ritenuto innocente.

Sul set del film.

E pensare che suo padre, col desidero lontano di aprirsi una videoteca, in casa la droga l’ha sempre ripudiata, nonostante un’altra figlia perseguitata (e salvata) dall’eroina. Allora, per mantenere la famiglia, l’unica soluzione è girare di fiera in fiera, per rifornirsi di pistole, mitra e pallottole da vendere, più o meno legalmente, al vicinato. In fin dei conti, il II Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America recita chiaro: «Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto».

Padre e figlio.

Ecco quindi che Cocaine – che in un paio di passaggi, soprattutto nella prima parte, piazza qua e là anche diverse battute di puro, caustico humour – partendo dal Just Say No di Nancy Reagan, slogan della Guerra alla Droga (persa) dagli Stati Uniti, fino al coatto ergastolo di un giovane ragazzo, nonostante la sua collaborazione con le autorità, è una dura accusa all’ipocrisia armaiola dell’America.

Matthew McCounaghey è Richard Sr.

Dove non c’è traccia di sogni ma solo una fredda e cruda guerra alla sopravvivenza. Quindi, se nasci, cresci e muori nei sobborghi di Detroit, puoi sbagliare strada anche se il viaggio lo conosci a memoria, ritrovandoti dietro le sbarre di una vita che puzza di moquette bagnata, fallimenti e rodei da quattro soldi. «In about five minutes, in walked the man, holding the verdict in his right hand. The verdict read, in the first degree. I hollered, “Lordy, Lordy, have mercy on me».

  • Qui potete vedere il trailer di Cocaine:

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