ROMA – In principio fu la trilogia originale, anzi, in principio fu un unico film che nemmeno riportava la numerazione in previsione della divisione in episodi. “Star Wars”, tradotto in Italia come “Guerre stellari” e tornato in sala un paio d’anni dopo con il titolo «corretto» in “Star Wars – Episodio IV: Una nuova speranza”. Poi, a sedici anni di distanza dal capitolo che chiudeva quella trilogia, il salto indietro nel tempo con la trilogia prequel, e dieci anni dopo la sua conclusione, l’arrivo di una terza trilogia, ambientata a trent’anni di distanza dalla fine de “Il ritorno dello Jedi”, la promessa di un ritorno alla concretezza dei set materiali (al posto dei blue screen e dei green screen in cui Lucas aveva immerso gran parte delle scene de “L’attacco dei cloni” e “La vendetta dei Sith”), delle creature misteriose e dei design retrofuturistici e polverosi che tanto avevano contraddistinto le scenografie dei film usciti fra il ’77 e l’83.
Adesso, di anni dall’uscita del primo capitolo della terza trilogia, e quindi dall’inaugurazione del «nuovo corso» con al timone prima Kathleen Kennedy e poi Dave Filoni e Lynwen Brennan, ne sono passati quattordici. Quasi undici dall’uscita del primo film che riportava il pubblico in sala per vedere sul grande schermo la scritta «Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana….» (sì, con quattro puntini, non tre), e cioè quell’“Episodio VII: Il risveglio della Forza” firmato da J. J. Abrams, la scelta che ai tempi sembrava essere in assoluto la più indicata per ridare vita a un marchio così importante. Di acqua sotto i ponti – anzi, di Forza sugli schermi, sia quelli dei cinema sia quelli dei dispositivi su cui sono andate in onda le decine di serie uscite a ridosso e durante la pandemia – ne è passata davvero tanta: prima “The Mandalorian”, poi “Kenobi”, quindi “The Book of Boba Fett”, “Andor”, “Ahsoka”, “The Acolyte” e “Skeleton Crew”, per non parlare delle opere di animazione come “The Clone Wars”, “Rebels”, “Tales of the Empire”, “Tales of the Jedi”, “Maul: Shadow Lord” e “The Bad Batch” (ma ce ne sono tante altre). E mentre alcuni titoli hanno sicuramente riportato alta l’attenzione verso il marchio Star Wars, verso i suoi personaggi e le atmosfere sporche ed epiche allo stesso tempo – metà western metà film di samurai, metà film di guerra e metà fantasy – altre hanno lasciato la saga e tutti i suoi personaggi in un limbo da cui sarà difficile uscire.

È il caso di “The Mandalorian and Grogu”, il film che ha riportato i fan del franchise in sala sette anni dopo “Episodio IX: L’ascesa di Skywalker”, sulla carta il prodotto perfetto (il Mandaloriano è uno dei personaggi più carismatici mai sfornati dalla gestione Lucasfilm post-acquisizione Disney, perfetto per i fan più adulti e affezionati alle atmosfere «underground», mentre Grogu, l’alienucolo della stessa specie di Yoda che una volta chiamavano tutti, appunto, “Baby Yoda”, è la corda che tira il marchio sul fronte «tenerezza», legato indissolubilmente al mondo dei depositari della Forza, dei Jedi e dei gadget per i più piccoli), al botteghino un po’ meno. Sì, ad oggi ha totalizzato circa 250 milioni di dollari a fronte dei 165 spesi per realizzarlo, ma davvero è un successo? Letto in questi termini, la risposta potrebbe essere sì. Se invece si usa un’altra lente – e cioè si guarda al fatto che il ritorno della saga al cinema nel 2015, a fronte di un budget compreso fra i 535 e i 640 milioni di dollari, fece incassare ai produttori oltre 2 miliardi – la risposta non può che essere no. Ma attenzione: sul fronte botteghino, che per carità non è tutto ma è una spia importante, “The Mandalorian and Grogu” perde anche se messo a confronto con il più odiato dei film della trilogia sequel, e cioè quel “L’ascesa di Skywalker” costato comunque 593 milioni di dollari a fronte di un box office da oltre un miliardo.
E se la saga è «ridotta» (nel senso letterale del termine, cioè scalata, rimpicciolita) così, il dito non può che essere puntato alle storie che racconta e le idee che sfrutta: “The Mandalorian and Grogu” parte discretamente, anche se fiacco, con una strizzatina d’occhio a uno degli episodi più blasonati della serie, il quinto, leggendario “L’Impero colpisce ancora”, i suoi snowtrooper, i suoi veicoli (gli storici e temibili AT-AT), quindi a uno dei personaggi – Zeb Orrelios – che i fan della serie animata “Rebels” più avevano atteso di vedere sul grande schermo. Da quei primi quindici minuti in poi, però, è un continuo calo che se di tanto in tanto può affascinare per la costruzione di mondi (come il pianeta da cui hanno origine gli Hutt), troppo spesso dimostra che tutte le idee che stanno lentamente finendo sullo schermo o nelle serie Disney+ altro non sono se non vecchi bozzetti di produzione firmati dai «soliti» (nel senso buono, ad avercene…) Ralph McQuarrie, Colin Cantwell e Joe Johnston.
I fan dell’esalogia originale – i bambini cresciuti durante gli anni Ottanta, o durante i Novanta – ricorderanno quasi sicuramente, fra i contenuti speciali da spulciare nei DVD o nelle VHS uscite mesi dopo l’arrivo in sala dei film, quella scena del dietro le quinte de “La minaccia fantasma” in cui George Lucas parla con il concept artist Doug Chiang e spiega nel dettaglio a lui e ai ragazzi della sua squadra come modificare il primo prototipo del caccia di Naboo, una delle astronavi più iconiche lanciate in “Episodio I: La minaccia fantasma”, scegliendo cosa è in linea con l’universo di “Star Wars” pur mantenendo una giusta distanza da ciò che era stato mostrato nei primi tre film. La “lezione” di Lucas è evidente: ci sono cose che vanno «starwarsizzate», ma non tutto ciò che ha un certo tipo di design fantascientifico incontra la visione del creatore della saga, e quindi non tutto può farne parte.

Ad oggi, questo lato delle cose, questo approccio che sfornava design di astronavi completamente nuove mantenendo la forgiatura dei modelli già visti e un’anima introvabile in altri mondi fantascientifici messi su da altri registi e altri produttori in altre saghe, sembra completamente perso. La via scelta è quella della nostalgia a tutti i costi o del riciclo di ciò che è già stato visto: in “The Mandalorian and Grogu” il primo design mai visto sullo schermo è la materializzazione di un giocattolo della linea Kenner sfornata per “L’Impero colpisce ancora” e risalente ai primi anni Ottanta, il secondo è riciclato da un episodio di “The Clone Wars” (e forse funzionava in animazione, ma in live action lascia un po’ a desiderare e ricorda più le astronavi di Warhammer 40.000 che un design da “Star Wars”) e il terzo (la nave con cui il Mandaloriano attraversa la galassia, la Razor Crest) è un ritorno nostalgico alla prima nave del Mandaloriano, andata distrutta durante la seconda stagione della serie e adesso riportata sullo schermo con due-tre pennellate gialle sulla carrozzeria, sulla scorta di una nostalgia a bassissimo costo.
Le atmosfere dei pianeti, dal polveroso Nevarro al paludoso Nal Hutta passando per la bladerunneriana luna di Shakari, o i design delle creature non inventano più nulla, e quello che sembrano inventare in realtà lo ripescano – come sopra si scriveva – dai vecchi bozzetti che Ralph McQuarrie o altri artisti al lavoro con Lucas avevano sottoposto al creatore della saga durante la produzione di “L’Impero colpisce ancora”, o di “Il ritorno dello Jedi”, per lasciare il fan in un’ovatta in cui sì, ci si può lamentare, ma in fondo sarebbe da ingrati, proprio ora che quel vecchio design rimasto sulla carta per quarant’anni s’è deciso di produrlo e farlo vedere anche fuori dalla cerchia dei lettori dei volumi in cui si racconta la lavorazione dei film. E poi c’è un discorso legato al fascino dell’ignoto, del non detto, del non mostrato, che andrebbe fatto ai piani alti della Lucasfilm, e cioè che uno dei punti di forza principali della saga, in passato, era stato proprio il non mostrare alcune cose, il mantenere una distanza fra la creatura e lo spettatore: forse una delle scelte più sbagliate dell’ultimo “The Mandalorian and Grogu” è proprio quella di mostrare gli Hutt parlare in Basic (cioè la lingua che possiamo comprendere anche noi comuni mortali), spogliando una specie da sempre avvolta in un’aura impenetrabile di mistero e di un vago sentimento di terrore.
Anche sul fronte costumi, in “The Mandalorian and Grogu”, preso come spia del momento della saga, non c’è più niente di nuovo: gli stormtrooper sono i classici stormtrooper con il bianco sporco e l’aggiunta di vari ammenicoli che li facciano sembrare più vissuti e mal assemblati, non c’è nessun nuovo design per le truppe dell’Impero (se non un soldatino solitario che è l’incrocio fra due truppe di “Rogue One”), mentre il misterioso imperiale da catturare all’inizio del film, che poteva essere una fucina di tante idee interessanti sul camuffamento nel sottobosco criminale della saga, è vestito con una giacca e una camicia nera che sembrano tirate fuori dalle vetrine di un negozio per abiti da cerimonia da 100 euro. Tutto il resto è riutilizzo del riutilizzo del riutilizzo. E attenzione, potrebbe anche andare, se solo una cosa funzionasse: la trama. È la storia che non va da nessuna parte a far concentrare lo sguardo dello spettatore sui difetti di cui sopra. “The Mandalorian and Grogu” è quanto di più simile agli speciali sugli Ewok esista, con la differenza che lo speciale sugli Ewok venne prodotto direttamente per l’home video, mentre a “The Mandalorian and Grogu” non solo è stato dato lo status di film da sala, ma è stata data la rampa di lancio del film che riportava la galassia lontana lontana al buio quasi sacrale del grande schermo.
E quindi? Che ne sarà, adesso, della saga? La buttiamo via? O c’è un modo di invertire la rotta? No, naturalmente chi scrive è per invertire la rotta. Non è facile, questo è certo. La fanbase di “Star Wars” è fra le più complesse e disomogenee che esistano. Anni fa, in un episodio de “I Simpson” Matt Groening fece dire all’Uomo dei fumetti una delle battute che meglio spiegano il fan medio del franchise: dopo aver visto in sala un episodio privo di idee e azione di “Guerre cosmiche”, la parodia simpsoniana di “Star Wars”, l’Uomo dei fumetti protestava furioso dicendo “Questo è il peggior ‘Guerre cosmiche’ che io abbia mai visto! Lo vedrò solo altre tre volte! Oggi”. Anche “L’Impero colpisce ancora” non fu accolto benissimo alla sua uscita in sala, e “Il ritorno dello Jedi” venne presto accusato di essere un film per bambini che chiudeva frettolosamente la saga: ad oggi sono entrambi guardati come punti inarrivabili della serie. Il punto di partenza non possono che essere le storie: se “The Mandalorian and Grogu” fosse stato inserito in una cornice più ampia della dimenticabile avventura di Din Djarin e Grogu per l’ennesima volta chiamati a riscuotere una taglia e il loro coinvolgimento nella storia fosse stato il punto di partenza per ampliare l’orizzonte della saga e la scala del conflitto con l’Impero (anche in vista della prossima stagione di Ahsoka, per dirne una), oggi staremmo vedendo un altro risultato al botteghino e quindi una finestra più lunga di permanenza in sala (pare invece stia venendo pian piano ritirato per fare posto al successo, forse inaspettato, del nuovo “Masters of the Universe”). Alle storie non potrà che essere aggiunta la giusta dose di “Star Wars”, quel miscuglio inspiegabile tra fantascienza, film di samurai, western e fantasy che sullo schermo rievoca più le atmosfere bislacche de “La storia infinita” di Wolfgang Petersen che quelle del futuro plausibile di “Star Trek” o “Battlestar Galactica”, e le risorse – economiche e intellettuali – per portare a termine questa operazione la Lucasfilm le possiede tutte.

Andando al concreto. All’orizzonte, dopo anni di annunci, cancellazioni e slittamenti (a quest’ora ad esempio sarebbe già dovuto essere in sala il “Rogue Squadron” di Patty Jenkins, da un annetto e mezzo non se ne sa più nulla), adesso c’è già il film che Shawn Levy ha girato la scorsa estate, “Star Wars: Starfighter”, quello che ha portato in Sardegna parte della troupe al fianco di Ryan Gosling e di Gaten Matarazzo, e che stando alle voci delle ultime settimane ha anche visto Tom Cruise dirigere un duello con le spade laser. C’è anche una nuova trilogia in preparazione, sceneggiata da Simon Kinberg (lo sceneggiatore candidato al premio Oscar per “The Martian”, ma anche dei mezzi passi falsi “The Running Man” e “X-Men – Conflitto finale”, dei solidi “X-Men – L’inizio” e “X-Men – Giorni di un futuro passato”, ma anche del mediocre “X-Men – Apocalisse” e del nettamente peggiore “X-Men: Dark Phoenix”), ambientata dopo il nono episodio e incentrata su Rey, nuovamente legata alla saga originale degli Skywalker su cui in prima battuta s’era detto di aver raccontato tutto con la chiusura del mal accolto “L’ascesa di Skywalker”.
Di carne – di Bantha, anzi – al fuoco, insomma, sembra essercene tanta (e contando le decine di cambi di rotta, comunque fisiologici in un franchise come “Star Wars”, ce ne sarebbe stata ancora di più). Adesso l’idea innovativa sarebbe cucinarla tutta bene, tirando fuori dal cappello da cowboy del neopresidente Filoni idee veramente nuove, metafore del mondo contemporaneo (come la saga ha sempre fatto, prima con il Vietnam, poi diventando analogia degli Stati Uniti e la loro seconda guerra del golfo, più di recente Tony Gilroy, sceneggiatore e creatore di “Andor”, ha rimarcato questo aspetto, che è stato fondamentale nella scrittura delle due stagioni della serie) e personaggi che possano essere memorabili senza necessariamente dover vivere di luce riflessa (lo stesso Mandaloriano vive della luce riflessa quarant’anni fa dal «collega» Boba Fett). Non è facile, è chiaro. Ma non è nemmeno impossibile.
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