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Rivedere Racconto d’autunno nel centenario di Éric Rohmer? Sì. Ecco perché

Rileggere Rohmer a cent’anni dalla nascita: amore, poesia e un cinema unico del quotidiano

French Touch? Sì. Una scena di Racconto d'autunno.

MILANO – La campagna, i vigneti lambiti dal vento, gli uccellini che cinguettano al sole d’autunno. Un tipico incipit à la Éric Rohmer, classe 1920, scomparso dieci anni fa, forse poco celebrato, eppur cantore raffinato degli amori giovanili degli intellettuali anticonformisti francesi, acuto analista delle relazioni umane sempre con occhio bonario e compiaciuto. «Da chimico un giorno avevo il potere di sposare gli elementi e di farli reagire, ma gli uomini mai mi riuscì di capire perché si combinassero attraverso l’amore. Affidando ad un gioco la gioia e il dolore»: scriveva Fabrizio De André in un pezzo del 1971 ed è proprio il gioco di cui parlava il cantautore quello che in Racconto d’autunno Rosine – insieme alla protagonista Isabelle (una fantastica Marie Rivière) – allestisce. 

Béatrice Romand e Marie Rivière ovvero Magali e Isabelle.

Le due donne tessono la tela di un ibrido triangolo amoroso tra la madre dell’attuale partner di Rosine e il professore di filosofia, ex amante di quest’ultima. Gli sviluppi di questa macchinazione? Saranno sorridenti quanto inaspettati. Quarto film del ciclo Racconti delle quattro stagione, Racconto d’autunno è un film fatto di brevi incontri, fugaci sguardi carichi di espressività, in cui i personaggi si muovono come sospesi in una dimensione senza tempo, all’interno di un intreccio semplicissimo con una naturalezza strabiliante, quasi non stessero recitando, quasi non avessero una macchina da presa addosso. 

Una bicicletta e la campagna francese nella Valle del Rodano, in Ardèche.

Ed è sempre questa, dopotutto, la reale cifra stilistica di Éric Rohmer, il vero e proprio marchio di fabbrica grazie a cui viene costantemente (e giustamente) annoverato tra i cineasti più influenti che il cinema francese abbia avuto. Con il suo cinema Rohmer sonda l’esistenza umana, riflette sui gesti quotidiani con la consueta poesia. Come lui pochi hanno saputo raccontare la levità dell’amore senza mai scadere nella filosofia di grana grossa, che tanto spesso infesta le commedie sentimentali.

Alain Libolt è Gérard.

Partendo da un apparente nulla contenutistico (la trama? Beh, praticamente non c’è), Rohmer riesce così a dare vigore – e a tratti persino suspence – ad un soggetto che, in altre mani, avrebbe condotto ad un fiasco totale. Regia parca e disciplinata, cinepresa è quasi invisibile, grande scrittura, a cavallo tra la spontaneità dell’improvvisazione e il canovaccio ragionato di una pièce. Non c’è colonna sonora, solo gli effetti sonori del quotidiano, i suoni della campagna e i rumori contingenti per un’elegia romantica dallo sguardo leggero, ma mai consolatorio. Riguardatelo.

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