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La rivoluzione totale di Truffaut, I 400 Colpi e quella corsa verso il mare

Jean-Pierre Léaud, il mare e la poesia di una ribellione necessaria: perché è ancora un capolavoro

lo sguardo di Jean-Pierre Léaud ne I 400 colpi.

ROMA – Era il 4 maggio del 1959 quando arrivò in concorso al Festival di Cannes – dove poi Truffaut vinse il premio per la miglior regia – al fianco di Hiroshima mon amour e Le armi e L’uomo. Lo sguardo indimenticabile di Antoine Doinel dipinto da François Truffaut su Jean-Pierre Léaud, il protagonista de I 400 colpi, perso su una spiaggia in bianco e nero che taglia l’orizzonte, immortalato in un istante eterno, è un attimo prolungato che rimarrà come un’incisione nella storia del cinema del Novecento. Un’occhiata in chiusura che segna l’arrivo di una nuova onda, una Nouvelle Vague che trascina autori e cineasti, gente che, prima di essere addetti ai lavori, furono amanti appassionati di cinema, talmente colmi di ammirazione da volerne sfruttare le infinite possibilità.

La realizzazione della scena finale de I 400 colpi.

E sono proprio gli occhi di Antoine – personaggio che ha attraversato la sua evoluzione passando per quattro pellicole e un corto – a caratterizzare l’animo della Nouvelle Vague. Giovanissimo, fremente, incorreggibile: il piccolo Antoine è l’ingenuità che vuole far parte del mondo, come i novelli registi francesi vogliono far parte del cinema. Un’intraprendenza che nasconde dietro a quell’ostentata sicurezza una frammentarietà dei sentimenti applicata poi alle riprese e al montaggio, facendo dell’esplorazione dell’umano e del mezzo tecnico la cifra del nuovo stile europeo, di cui I 400 colpi e Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard sono i primi esempi fondamentali.

François Truffaut e Jean-Pierre Léaud a Cannes. Era il 1959.

Jean-Pierre Léaud, protagonista del film, incarna perfettamente nel suo Antoine l’innocenza del credersi già grandi, spavalderia che passa tutta sul volto smaliziato del personaggio, ingannatore perché a tratti vicino alle espressioni di un adulto, ma che in verità riserva più di una volta un velo di malinconia, dove si nasconde la mancanza dell’affetto familiare e i turbamenti del crescere. Una dolcezza che traspare in sequenze che passano per le aule di una classe, l’interno di una giostra rotante, per giungere poi – prima ancora che sul quel mare che non si era mai visto – nella stanza di una psichiatra, in cui finalmente mostrarsi con franchezza.

Antoine Doinel e l’ultimo fotogramma de I 400 colpi.

Un personaggio immortale che fa muovere i primi passi alla Nouvelle Vague e ne prospetta, con la scena finale, la visione per il futuro, territorio incerto per chiunque e, per un bambino e un nuovo movimento, quanto mai terrorizzante. Una pellicola che passò per la Croisette e fece vincere a François Truffaut il premio alla miglior regia a Cannes il 15 maggio del 1959. Ma quello è il passato. Provate a rivederlo oggi, provate a ritornare a I 400 Colpi: non solo è rimasta intatta la sua poesia, ma ha ancora la stessa urgenza.

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