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Claudio Bonivento: «Ultrà, la scelta di Ricky, la Berlinale e il viaggio dentro un cult»

Ugo, Ricky, Berlino, i ricordi e le polemiche: trent’anni dopo il produttore ricorda la genesi di Ultrà

Claudio Bonivento in azione. Ultrà uscì nella primavera del 1991.

ROMA – «Quello era un altro cinema. Anzi, era proprio un altro mondo». Claudio Bonivento inizia con queste parole una storia che parte da molto lontano, dalla fine degli anni Ottanta, quando lui era uno dei più grandi produttori italiani, reduce – tra i molti – dal successo di Soldati e Mery per sempre. «Sono contento di aver prodotto tutto quello che ho prodotto, intendiamoci, ma Ultrà rimane sempre Ultrà. Anche trent’anni dopo». Un passo indietro: Bonivento nel 1988 produce un film di Sergio Corbucci: I giorni del commissario Ambrosio. Protagonista: Ugo Tognazzi. «Io e Ugo abbiamo sempre avuto un bel rapporto, lo avevo conosciuto molti anni prima, nel giro di Pio Angeletti e Adriano De Micheli, due produttori che mi insegnarono tanto e che avevano firmato alcuni dei più grandi film degli anni Settanta, da Profumo di donna a C’eravamo tanto amati». 

Ultrà
Ricky Tognazzi e Claudio Amendola sul set di Ultrà. Era il 1990.

Andiamo con ordine: che c’entra Ugo Tognazzi con Ultrà?
«Siamo nel 1989, io e Ugo stiamo parlando e a un certo punto lui mi dice: “Senti, ma vai a vedere Piccoli Equivoci, perché credo che mio figlio diventerà un grande regista”. Accetto il consiglio e una sera vado a vedere il film, che era il debutto di Ricky alla regia. Nonostante fosse quasi tutto girato in un appartamento, vidi che dietro al film c’era un regista. Come dicono i francesi: un metteur en scène. Tutti i registi sanno girare, è tecnica, ma non molti sanno raccontare. Sono due cose molto diverse».

E lì cosa succede?
«Succede che avevo in mano un testo che si chiamava Teppisti. Era una pièce di Giuseppe Manfridi che avevo visto in un teatro a Testaccio e che aveva come protagonista Sergio Rubini. Così mi venne in mente un film sui tifosi, una pellicola che rappresentasse una realtà che vedevamo solo nei TG, un mondo poco raccontato. Quella era un’epoca in cui un produttore poteva davvero azzardare cose rischiose, era una figura che oggi non esiste più. L’intuizione era buona perché dopo l’Orso vinto da Ricky a Berlino nel 1991 riuscimmo a vendere Ultrà in tutto il mondo e il film si ripagò con la vendita estera».

Claudio Amendola con Fabrizio Vidale, che interpretava Smilzo.

Torniamo alla scelta di Ricky. Lo chiamò e lui cosa disse?
«Dopo aver visto Piccoli equivoci mi convinco, così lo chiamo e gli racconto questo progetto che ho in testa sui tifosi. Ricky inizialmente rimase sconcertato dalla mia proposta, ma poi accettò e cominciammo a discutere della sceneggiatura. Entrarono così nel progetto lo stesso Manfridi – di cui tra l’altro usammo le mani per le scene in cui Claudio Amendola giocava a Subbuteo in prigione – e Simona Izzo».

Il film andò a Berlino e vinse l’Orso d’argento per la regia. Cosa ricorda?
«Ricordo sedici minuti di applausi al termine della proiezione. Sedici. Non finivano più. Ma allora la stampa non era così attenta, oggi con quell’Orso e quell’accoglienza chissà che notizie ci farebbero. In concorso con noi c’erano Balla coi lupi e Il silenzio degli innocenti. Ricordo poi Lily Tomlin – l’attrice americana già con Robert Altman – che alla fine del film mi venne incontrò, mi squadrò e mi disse: “O lei è un genio oppure è un pazzo”. Ultrà poi a dicembre di quell’anno, il 1991, prese quattro nomination agli EFA: a Claudio, Ricky, film e montaggio. Poi avrebbe dovuto anche andare all’Oscar, ma quella era un altro tipo di corsa…».

Ultrà
Ricky Tognazzi nel vagone, sul set di Ultrà: era l’estate del 1990.

Il film in sala uscì esattamente trent’anni fa.
«Cento copie, una cosa esagerata. Ricordo la folla davanti al Royal, a Roma, la gente arrivava in strada. Ultrà andò benissimo, ma poi ovviamente arrivarono le critiche: Vincenzo Matarrese, ai tempi presidente della FIGC, disse che era un film ignobile, da cui volevano prendere le distanze come federazione. Poi i tifosi della Roma non gradirono alcune scene, ma se lo rivedi oggi quel film capisci perché non è invecchiato e perché non può invecchiare».

Perché?
«Perché è vero. Lì dentro c’è solo verità, non finzione. Dentro c’è una storia che contiene molte storie diverse, c’è la relazione sentimentale, l’amicizia, il gruppo. E poi ci fu un lavoro sul linguaggio, sulle facce, sugli attori. Altro cinema, altra epoca. Oggi c’è gente che produce film e manco legge le sceneggiature».

Ultrà
La scena finale a Torino: Amendola con Ricky Memphis e Gianmarco Tognazzi.

Come ci finì Venditti alla colonna sonora?
«Venditti era il primo marito di Simona, che aveva scritto la sceneggiatura, e io conoscevo Venditti da molto tempo. Come produttore a me piaceva sempre trovare soluzioni differenti, cose anche particolari a livello sonoro: la colonna sonora di Pummarò l’anno prima l’avevo affidata a Lucio Dalla, Mery per sempre e Ragazzi fuori invece a Giancarlo Bigazzi, che al tempo suonava con Umberto Tozzi. Antonello era perfetto, aveva scritto due inni per la Roma. Sapeva di cosa parlavamo».

Quando è stata l’ultima volta che ha visto Ultrà?
«Due anni fa, in Dvd. Sembra girato l’altro ieri. Ha avuto una buona resistenza al tempo. Mia figlia è pazza di quel film, lo vede e rivede molto spesso. La mia scena preferita? Sono molte: l’inizio folgorante con quella finta aggressione, il finale, potentissimo. E poi la telefonata di Claudio a Michele Plastino. Che dire? Sono contento di aver prodotto tutto quello che ho prodotto, intendiamoci, ma Ultrà rimane sempre Ultrà…».

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