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Di lucciole, ricordi e poesia | Alla riscoperta del cinema di Isao Takahata

Immagini, frammenti, parole e una poetica eterna: perché (e come) riscoprire il maestro giapponese

Una scena de La Tomba delle Lucciole, uno dei capolavori di Isao Takahata.

PARIGI – Isao Takahata e i suoi tre anni fondamentali: 1945, 1959, 1988. Tre epoche differenti. In mezzo, la nascita, la crescita, la formazione e l’affermazione di uno dei più grandi autori giapponesi, capace con l’arte dell’animazione di dar vita ad una vera e propria epica. Studiato e omaggiato, personalità dura e brillante, fiero cantastorie di un mondo lontano eppure vicino ai quattro lati del mondo. Quel mondo narrato con spirito fiabesco, ma reale. Nato nel 1935 a Ise – e scomparso nell’aprile 2018 a 83 anni – nel Giappone meridionale, è fin da subito immerso nella musica e nei libri. Studia Storia dell’Arte, è innamorato della cultura francese e delle liriche di Prévert (omaggiato continuamente nei suoi lavori), come quando, anni dopo il Secondo Conflitto, resterà ammaliato da Le Roi et l’Oiseau, sceneggiato proprio da Jacquest Prévert.

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La Tomba delle Lucciole.

Ma, tornando indietro a quella data miliare, è proprio il 1945 che sarà per lui e per i suoi ricordi, ciò che poi applicherà nel capolavoro La Tomba delle Lucciole. Infatti, quando le linee giapponesi erano ormai azzerate dalla contraerea statunitense – appena una manciata di giorni prima che l’Enola Gay sganciasse l’atomica su Hiroshima – Isao e sua sorella maggiore scapparono di notte, quando dal cielo pioveva una ”pioggia di fuoco”. L’inferno. Con la guerra che non risparmia nessuno. Quell’esperienza lo segnerà, e tutta la sua vita sotto le ignare bombe, sono autobiograficamente descritte proprio ne La Tomba delle Lucciole. Quella notte, così come tutte le altre notti spezzate dal suono delle sirene, sono descritte in un libro uscito in Italia qualche tempo fa, firmato da Mario A. Rumor: Un cuore grande così: il cinema di animazione di Isao Takahata (edito da Weird Book), dove in un backstage di incontri, passaggi chiave, testimonianze e film, si ripercorre il viaggio di Takahata.

La Storia della Principessa Splendete
La Storia della Principessa Splendete.

C’è l’orrore delle bombe, ma ci sono anche le sue creazioni e i suoi personaggi (Heidi, certo, così come Anna dai Capelli Rossi, due tasselli trasversali dell’infanzia come contrapposizione ai tradimenti degli adulti), c’è la sua carriera e le sue folgorazioni: prima Il Ragno e il Tulipano di Kenzō Masaoka, poi come detto Prévert (che tradurrà in giapponese), e ancora le idee di cinema e di critica di André Bazin e dello scrittore Kenji Miyazawa. L’altra data? Il 1959, anno in cui si laurea e entra, come allievo regista, nella Toei Doga, studio di animazione che ha sfornato L’Uomo Tigre, Dragon Ball, Jeeg Robot e tanti, celebri anime. Qui, come descritto nel volume di Rumor e come molti fan sapranno, conosce un certo Hayao Miyazaki, con il quale, nel 1985, fonda lo studio d’animazione più famoso del mondo insieme a quello della Disney: Studio Ghibli.

Hayao Miyazaki e Isao Takahata.

E, il moto ondoso, prima con la Toei e poi con Ghibli, è creare una controcorrente alle favole disneyane. La fusione di geni è avvenuta: Takahata e Miyazaki sono dinamite. Due ego enormi e smisurati, due orizzonti coesi: arrivano i film da regista, La Grande Avventura del Piccolo Principe Valiant, Panda! Go, Panda!, il meraviglioso e sognante Goshu Il Violoncellista (vedetelo, recuperatelo, ascoltatelo, fosse solo per la Sesta di Ludwing van Beethoven), fino all’ultimo titolo, uscito nel 2013, La Storia della Principessa Splendente. Non solo, perché pare chiaro, come rivelato dall’ex produttore dello Studio Ghibli Yoshiaki Nishimura, che Takahata, prima di morire, avrebbe dovuto dirigere uno dei quattro (poi diventati tre) cortometraggi del film antologico Modest Heroes (nelle sale del Giappone), in quanto fonte di ispirazione per i tre registi dietro l’opera targata Studio Ponoc.

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Goshu Il Violoncellista.

Del resto, il messaggio è limpido: Takahata e le sue opere sono destinate alla grandezza, sono destinate a resistere e durare nel tempo. E lo Studio Ghibli a fare da fabbrica di sogni possibili e dolenti, dove poter scrivere un pezzo di storia cinematografica, artistica, culturale. Miyazaki, nel 1988, l’ultima data fondamentale della storia in questione, dirige Il Mio Vicino Totoro, Takahata, precisamente vent’anni fa, sferza il colpo e sforna Una Tomba delle Lucciole. Neorealismo e liricità, con quei disegni e con quelle lucciole, talmente belle da sembrar quasi uscire dallo schermo, ritrovandole tutt’e intorno a danzare nel buio.

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