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Le ombre di Michael Jackson: Leaving Neverland, il documentario che divide l’America

Idolo pop o mostro manipolatorio? Un documentario della HBO apre il dibattito. E cerca la verità

Michael Jackson con James Safechuck, uno degli intervistati di Leaving Neverland.
Freshly Popped

Il documentario shock visto all’ultimo Sundance? Si chiama Leaving Neverland, è diretto da Dan Reed ed è centrato su Michael Jackson. Il problema però è che il punto di vista questa volta non è musicale o celebrativo, ma è quello di Wade Robson e James Safechuck, due uomini che oggi ricordano gli abusi sessuali subiti dal cantante durante la loro infanzia. Le testimonianze sono quasi insostenibili: i racconti si soffermano su come Jackson iniziò a toccargli le gambe per arrivare alle parti intime. La durata di quattro ore è divisa in due parti: la prima si concentra sulle accuse di Robson e Safechuck, la seconda sulla vita dei due ragazzi sopravvissuti a quei traumi.

Jackson con James Safechuck sul suo aereo privato.

Ovviamente pubblico immediatamente diviso, tra fan e accusatori: ma per quale motivo i due, ormai padri di famiglia, si fanno avanti ora, dopo aver difeso Jacko in tribunale? Facciamo un passo indietro: nel 1993 Wade Robson si limitò a dire che dormì con Jackson nello stesso letto senza subire alcun tipo di molestia. Aveva undici anni. Oggi, davanti alla telecamera, ammette di continuare ad avere titubanze nel raccontare la verità, perché ha paura di spezzare il legame con la popstar che ha idolatrato per tutta la sua vita. Attenzione però: Leaving Neverland non è un indagine processuale: gli unici intervistati sono le due ipotetiche vittime e le loro famiglie.

Le proteste davanti alla sala del Sundance dove Leaving Neverland è stato proiettato.

Il ritratto di Jackson che esce dal documentario di Dan Reed è inevitabilmente filtrato dall’immagine che hanno di lui i due protagonisti. Così, prima una celebrità simile a un dio, poi un idolo che si ha la fortuna di conoscere personalmente e, infine, un mostro manipolatorio. Leaving Neverland alimenta il dubbio che nei primi anni Novanta l’atteggiamento della stampa, dello star system e del pubblico intero sia stato molto – troppo – accondiscendente nei confronti di uno degli showman più adorati di tutti i tempi, per paura di veder crollare il monumentale contributo che Jackson era riuscito a dare alla cultura pop.

Ancora Jackson e James Safechuck in un altro scatto.

L’aspetto più interessante del documentario, che supera il mero tono scandalistico nei confronti di Jackson, è quello però di provare a capire perché due vittime di abusi possano impiegare decenni prima di trovare il modo per raccontare quello che gli è accaduto. Nel frattempo è arrivata, durissima, la reazione della fondazione di Jacko: «Leaving Neverland è solo l’ennesimo tentativo di sfruttare la memoria di Michael, Safechuck e Robson hanno già provato a fare causa alla Jackson Estate e entrambe le cause legali sono state archiviate. Ci stupiamo che un regista con una certa credibilità si faccia coinvolgere in operazioni simili».

Il regista Dan Reed tra Wade Robson e James Safechuck al Sundance.

Inglese, classe 1964, Dan Reed aveva già toccato un tema simile con il suo precedente documentario: The Paedophile Hunter, in cui raccontava l’operazione che Stinson Hunter fece in Inghilterra per sgominare una delle molte rete di pedofili. Nonostante le polemiche, Leaving Neverland andrà in onda a marzo sulla HBO negli Stati Uniti e poco dopo in Inghilterra su Channel 4 in due puntate. «Se c’è una cosa che abbiamo capito dopo le rivelazioni di questo periodo anche del movimento #MeToo», ha spiegato Reed in un’intervista, «è che non è facile per le vittime parlare degli abusi e che le voci dei testimoni vanno sempre ascoltate». Il dibattito è aperto.

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