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Billie Holiday | Se un documentario racconta corpo e anima di Lady Day

Dai nastri di Linda Kuelh, James Erskine presenta al TFF38 un ritratto onesto dell’artista

billie holiday

ROMA – Nel 1979 una chiamata alla polizia di Washington D.C. riferì di un cadavere di donna sul ciglio di una strada. Era quello di Linda Kuelh, un’insegnante con la passione per il giornalismo. Nei dieci anni precedenti aveva intervistato oltre duecento persone per scrivere una biografia su Billie Holiday. La Lady del jazz scoperta grazie a un disco, The Essential Billie Holiday, che spinse la Kuelh a scoprire da dove arrivasse quella voce. Con la sua morte quelle centinaia di ore di registrazione e i suoi appunti finirono dimenticati insieme ai ricordi di una vita conclusa con un apparente suicidio al quale la sua famiglia non ha mai creduto. Materiale dimenticato fino ad oggi quando James Erskine lo ha fatto riaffiorare in Billie, documentario presentato Fuori Concorso al 38 Torino Film Festival.

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Billie Holiday in sala d’incisione

La Kuelh si identificava con quella ragazza di Baltimora nonostante le due venissero da ambienti completamente differenti e si dedicò a ripercorre le tappe della sua vita privata e artistica grazie ai ricordi di chi la conosceva bene, finendo per essere minacciata per quel lavoro che portava alla luce ombre di una vita fatta di soprusi, depressione, alcool, droghe e violenze nascoste dietro una voce di seta. «Cantava solo la verità, non conosceva altro» ricorderà l’amica e cantante Sylvia Syms. Una verità fatta di abusi, fame e prostituzione nella prima parte della sua vita – la Kuelh arrivò a intervistare Skinny Davenport, l’ex pappone della Holiday a Baltimora – che la sua voce portò sul palco dell’Apollo Theatre di Harlem lanciandola sulla scena musicale della città.

Una scena del documetario

E da lì James Erskine ne ricostruisce la carriera – per la prima volta con immagini a colori – grazie alle interviste della Kuelh al produttore discografico John Hammond, ai musicisti che l’hanno accompagnata tra sale d’incisione e tour in giro per un’America razzista e divisa dalla segregazione razziale. La stessa che non le permetteva di dormire in albergo o entrare dalla porta principale del posto in cui si sarebbe esibita. A nulla servivano la fama o i dollari guadagnati. Billie Holiday rimaneva quella bambina di Baltimora che doveva lottare per ottenere un posto nel mondo. E il documentario non ha paura di affondare anche negli aspetti più dolorosi o scomodi della sua storia.

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Billie Holiday in tour

Quello che ne esce è un ritratto onesto della cantante e della donna. Dall’uso di droghe alla bisessualità – i ragazzi della sua band la chiamavano Mr. Billie Holiday -, dagli scontri con Hammond e Count Basie alla presa di posizione contro il razzismo racchiusa in Strange Fruit, dall’accanimento delle forze dell’ordine nei suoi confronti al privato tumultuoso con uomini meschini. «Era felice solo quando era infelice» si sente in uno dei nastri incisi dalla Kuelh. E attraverso le testimonianze, tra gli altri, di Tony Bennett, Charles Mingus, John Simmons e Melba Liston, Billie ci ridà un’immagine veritiera di un’artista che voleva solo cantare come le note della tromba di Louis Armstrong mentre dà voce a un’altra donna, Linda Kuelh, rimasta in silenzio troppo a lungo.

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Qui potete vedere il trailer di Billie:

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