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L’Opinione | La fine del mondo secondo American Horror Story: Apocalypse

Apocalisse, streghe, crossover e simbolismi per l’ottava stagione della serie FX. In esclusiva su CHILI

Ricordate l’allarme governativo scattato alle Hawaii? Quando Trump e Kim facevano (ancora) a gara a chi le sparava più grosse, e la popolazione era stata avvisata di un missile pronto a schiantarsi sull’isola? Fortunatamente, fu solo un fortuito e sbadato avviso inoltrato erroneamente. Ecco, immaginate però che quell’allarme non sia uno scellerato errore, bensì l’inizio della fine. Di una sconvolgente fine che, nel giro di qualche ora, è capace di gettare il mondo in una coltre di morte e nebbia. Insomma, dopo aver sviscerato i sinonimi della paura, American Horror Story, con l’ottava stagione, va a toccare l’angoscia più radicata e spirituale di tutte: l’Apocalisse. I creatori dello show FX, Ryan Murphy e Brad Falchuk, tra richiami biblici e stretta attualità, con Apocalypse (potete vederla integralmente e in esclusiva su CHILI) giocano con la materia orrorifica tipica della serie, spostando l’attenzione, poi, su un paio di concetti mica da poco: il caos e il peccato.

Una scena di American Horror Story: Apocalypse.

Come nelle più rigide regole che ogni Giorno del Giudizio comporta, scopriamo nel primo episodio, che solo i più meritevoli (o chi se lo può permettere) vengono ”invitati” da correlate agenzie governative in appositi rifugi, con l’obiettivo di dare speranza al genere umano, ormai decimato dall’inverno nucleare. Se, da una parte, troviamo la miliardaria Coco St. Pierre Vanderbilt, assieme all’assistente Mallroy e al parrucchiere Gallant, all’Avamposto Tre, arrivano anche Emily e Tumothy, scelti da La Cooperativa in base ai loro cromosomi. Nel bunker, troviamo pure Dinah Stevens, una sorta di Oprah Winfrey caduta in disgrazia, con suo figlio Andre. A dettare le leggi – in un arco temporale di diciotto mesi – Miss Willhemina Venable e Miriam Mead. Niente rapporti sessuali, si cena rigorosamente eleganti e, soprattutto, non è dato sapere né a loro né a noi, il perché di tutto questo. Almeno finché alla porta dell’avamposto tre bussa Michael Langdon, con il compito di scegliere chi, tra il gruppo, meriti davvero di essere salvato.

Cody Fern è Michael Langdon in AHS: Apocalypse.

Il bene e il male, streghe e stregoni, il tramonto e una nuova alba. AHS: Apocalypse ci fa divertire ad indovinare quale twist narrativo gli autori abbiano escogitato per collegarla in modo diretto alle precedenti stagioni. Dai personaggi che tornano a quelli che cambiano aspetto o nome: tutto, nell’universo della serie da ben sedici Emmy Awards, è saldato a fuoco in una catena visiva e narrativa che non lascia nulla in sospeso, scendendo nel profondo di cosa può significare, oggi, la parola intrattenimento seriale. Aulica eppure scanzonata, biblica ma pop, Apocalypse, pervasa da un’aurea di insano erotismo e fascinoso terrore, con salti temporali e incroci di stagioni – Murder House, Hotel e Coven, in particolar modo – fa incontrare nel microcosmo dell’Avamposto Tre, i Piccoli Indiani di Agatha Christie con gli Animali di George Orwell, Vita da Strega e The Day the Earth Caught Fire. Fino a far suonare She’s a Rainbow degli Stones, su un desolato e grigio mondo prosciugato della luce, mentre tre Streghe (e che streghe) tornano cercando di portare indietro la lancetta del tempo.

Sarah Paulson nei panni di Wilhemina Venable, uno dei tanti personaggi interpretati in AHS: Apocalypse.

E, la sopravvivenza che sembra una sorta di Hunger Games, dove le regole si rispettano pena la morte (che non è così male, vista la premessa), dura il tempo di un morso alla mela rossa, frutto del Peccato Originale e chiave metaforica delle dieci puntate, portando allo scontro finale – ancora un parallelo da Genesi – tra l’uomo e la donna. ”Attila l’Unno e Zuckerberg, gli uomini sono pessimi leader”, dice Myrtle Snow alias Frances Conroy alla Cordelia Goode di Sarah Paulson, protagonista assoluta e magnetica, capace di rendere grazia sia al male che al bene. Perché è sull’equilibro tra le correnti che Apocalypse regge episodio dopo episodio, tra colpi e contraccolpi, opposti che striderebbero ovunque, tranne che in quell’Avamposto Tre, dove suona ogni mattina (o sera?) The Morning After di Maureen McGovern o la Time in a Bottle di Jim Croce. ”But there never seems to be enough time, to do the things you want to do, once you find them”, cantava Croce nel brano, quasi a ricordarci che il tempo, strega o stregone, apocalisse o principio, corre più veloce di tutto.

Votere (ri)vedere le altre stagioni di American Horror Story? Le trovate su CHILI

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