in

Gianmarco Tognazzi: «Moderno, irregolare, attuale. Ecco chi era Ugo, mio padre».

L’attore e l’uomo, la modernità dell’artista e quelle lezioni di padre: Gianmarco racconta Ugo

Gianmarco Tognazzi e tre diverse varianti di Ugo.

MILANO – Moderno, irregolare, attuale: trent’anni dopo Ugo Tognazzi non c’è più eppure è ancora qui, forse come non mai, attore di una rilevanza incredibile, capace di intuizioni folgoranti, un talento assoluto in grado di mescolare cinema, cucina, politica e tennis, di unire autorialità e popolare, tra Elio Petri e Bernardo Bertolucci (con cui vinse a Cannes per La tragedia di un uomo ridicolo), il compare Marco Ferreri, e poi Risi, Monicelli e Amici miei, tra Vianello, Totò, Jane Fonda e Jean Seberg (con cui girò Questa specie d’amore). Per ricordarlo – e soprattutto per capirne la modernità oggi – abbiamo chiesto al figlio Gianmarco di spiegarci chi era davvero Ugo Tognazzi.

«Ma chi? Io?». Ugo, nessuno, centomila.

L’UOMO – «Un irregolare, senza dubbio: Ugo era uno che se ne fotteva altamente di quello si poteva dire di lui o di quello che dicevano, credo perché avesse un rapporto molto onesto con se stesso. Sapeva ammettere un grande trionfo oppure una sconfitta, non si raccontava storie, non fingeva di essere altro da ciò che era. Aveva una trasparenza rara che la gente, in qualche modo, ha sempre percepito e compreso e che, credo, oggi rimane uno dei motivi per cui anche a distanza di trent’anni c’è ancora un grande affetto nei confronti della sua figura, non solo dei suoi film. Questa sua accessibilità lo ha reso eterno agli occhi della gente. Ugo era sempre Ugo, che si trovasse davanti a un meccanico, all’edicola o di fronte al Presidente della Repubblica».

Nel 1981 ne La tragedia di un uomo ridicolo, per cui vinse a Cannes come miglior attore.

IL RISCHIO – «Il rischio, sì, il rischio è sempre stato alla base della sua vita. Ugo era un anticonformista, trasversale, controcorrente, ma non per semplice contrarietà, ma perché lui era proprio fatto così. Dalla famiglia allargata agli esperimenti in cucina – modernissimi ancora oggi, professava il Km Zero cinquant’anni fa – dai tornei di tennis a Torvajanica allo scherzo sul capo delle BR con Il Male, Ugo rischiava sempre, e lo faceva anche nei copioni che sceglieva: i suoi personaggi sulla carta erano scostanti, ributtanti, inetti, ma lui cercava sempre di trovarne la debolezza, il punto chiave per entrarci dentro e mostrare quelle figure sotto una chiave umana».

La cucina, quasi una religione.

IL REGISTA – «Cosa consiglio di rivedere oggi? Probabilmente i film del Tognazzi regista, che vengono citati poco. Da regista Ugo decideva di girare storie che sapeva non gli avrebbero mai fatto fare e quindi azzardava storie particolari, uniche: basti pensare a Il mantenuto, a Il fischio al naso oppure a Sissignore, che narrava la logica tipicamente italiana dello scaricabarile. Ma penso anche a Cattivi pensieri, con l’ossessione della gelosia, per arrivare a I viaggiatori della sera, dove ci si trovava di fronte ad una degenerazione della società, una società di giovani che decide che le persone sopra i cinquant’anni vanno eliminate».

Tognazzi e Ornella Vanoni in una scena de I viaggiatori della sera.

IL PADRE – «Non era il classico padre che ti spiegava cosa e come dovevi fare, anzi, al contrario: come figura paterna lui ci ha sempre nutrito attraverso le sue esperienze, ci faceva vedere e vivere le cose che amava e che voleva noi figli carpissimo, senza però metterci la lezioncina dietro. Era quello che io chiamo l’Ugoismo, la generosità assoluta di un uomo che amava condividere tutto, un passionale, e la cucina non era che il riflesso di questa sua attitudine: per lui la tavola era il luogo della fantasia, un posto attorno a cui faceva sedere persone molto diverse tra loro e da dove potevano nascere una miriade di cose. La condivisione era fondamentale».

Tra Philippe Noiret e Laura Betti ne La Grande Abbuffata del compare Marco Ferreri.

IL FILM – «Difficile scegliere tra tutti i film girati, ma se devo scegliere, ritorno ancora al regista e dico rivedetevi I viaggiatori della sera perché dimostra, ancora una volta, il grande potere del cinema e la difficoltà di giudicare un film nel momento in cui esce. Questo è uno dei motivi per cui la critica si espone a una controcritica, perché spesso rischia di non percepire certe cose. In quel film, che uscì nel 1979, ci sono intuizioni incredibilmente attuali: c’era addirittura l’EPS, l’esercito di pubblica salute che controllava tutto e tutti…».

Lascia un Commento

Le voci degli attori

Da Ethan Hawke a Jean Gabin: quando cantano gli attori | Il podcast di Hot Corn

Hysteria

Hysteria, Maggie Gyllenhaal e quella strana storia vera dietro al primo vibratore