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Settant’anni e non sentirli | Humphrey Bogart e la modernità de Il grande sonno

La sceneggiatura di Faulkner, la coppia Bogart & Bacall, la luce: perché dovete (ri)vederlo

Un investigatore – e che investigatore, Humphrey Bogart alias Philip Marlowe – viene assoldato da un uomo, il generale Sternwood, per indagare sul ricatto subito dalla figlia minore, Carmen. La vicenda però si farà molto più intricata e nell’intrigo verrà presto coinvolta anche l’altra figlia del militare, Vivian, che si innamorerà proprio del detective apparentemente scontroso e distaccato, uomo tutto d’un pezzo e di poche parole. «Non mi importa se i miei modi non le piacciono. In confidenza non piacciono neanche a me, ci piango su spesso, specialmente durante le lunghe sere d’inverno…», dirà lui a lei – sarcasticamente – durante uno dei loro primi incontri.

Humphrey Bogart e Lauren Bacall. Il grande sonno uscì in Italia il 10 dicembre 1947.

Diretto da Howard Hawks, tratto dal romanzo di Raymond Chandler e sceneggiato da un altro fuoriclasse come William Faulkner, Il grande sonno figura costantemente ai primi posti nelle liste dei noir più importanti della decade dei Quaranta, ma inserirlo nel novero del Noir classico americano sarebbe probabilmente un errore. L’ambientazione cupa – in cui Bene e Male sono contrapposti nella consueta dialettica fatta di misteriosi personaggi che si alternano – è spezzata infatti dall’alchimia potente fra Humphrey Bogart e Lauren Bacall, coppia sullo schermo e coppia nella vita. Nonostante l’importante differenza d’età (lui aveva 44 anni, lei 19), i due si erano innamorati tre anni prima, nel 1944, sul set di Acque del sud, sposandosi poi nel 1945.

Bogart con Martha Vickers.

Giochi di sguardi, erotismo ai limiti della censura per l’Hollywood del tempo e scambi caustici di battute, sono il biglietto da visita di un’opera capace di uscire con destrezza dal prevedibile. Su tutti, citiamo il dialogo decisamente allusivo (aggiunto svariati anni dopo l’uscita del film) con delle scelte di scrittura che potrebbero essere state contemporanee: «Sa, i cavalli bisogna vederli al lavoro sul terreno. Certo lei ha classe però non so se resiste alla distanza…». «Molto dipende da chi è in sella». In una società come quella odierna permeata da un’erotizzazione esasperata, in cui dovunque ci si volti si è schiavi di un bombardamento – implicito o esplicito – di messaggi sessuali, la sensualità accennata che traspare dai dialoghi di Faulkner ne Il grande sonno assume un prezioso valore agli occhi dello spettatore.

Lei: «Ti rendi conto dei pericoli a cui vai incontro?». Lui: «Il pericolo più grande è la tua bocca».

Smorfie, sigarette e cappello, Bogart ci regala la più affascinante incarnazione di quel Philip Marlowe che verrà poi riproposto da Robert Altman ne Il lungo addio, ma anche da Robert Mitchum nel remake Marlowe indaga, personaggi seppur caratterizzati dai tratti tipici dell’anti-eroe decadente del tutto assenti nella versione di Hawks che verranno poi portati all’esasperazione da Joaquin Phoenix in Vizio di forma, che comunque discende da qui, proprio come quel libro di Thomas Pynchon discende da Chandler. Centodieci minuti di puro cinema, un viaggio in bianco e nero tra ombre e illusioni dentro un passato mai tanto presente.

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