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Sicuri che Weekend con il morto fosse solo una commedia demenziale?

Commedia leggera, umorismo nero e molti eredi. Ecco perché dovete (ri)scoprirlo

Un grande successo dell’estate del 1989, uno dei film più programmati dalle reti private nei primi anni Novanta. Molti si ricorderanno di Weekend con il morto di Tod Kotcheff (regista di Rambo, strano ma vero, oggi ottantasettenne) ma forse tanti non lo riguardano da chissà quanto tempo e lo hanno dimenticato. L’esempio è abbastanza classico: una commedia leggera, impregnata di umorismo nero, che divide in maniera netta critica e pubblico. Per i primi, una farsa facilona e superficiale senza sufficiente coraggio per ironizzare sulla upper class americana; per i secondi, una sequenza irresistibile di gag, al punto da generare un sequel e lo status di cult movie che perdura oggi, addirittura in molti travestimenti goliardici dello spring break americano.

Lo spunto era accattivante: due programmatori trentenni un po’ sfigati scoprono una truffa ai danni della società per cui lavorano e si fanno invitare nella villa del loro capo (il Bernie del titolo originale) per un weekend all’insegna di party e donne. Una volta giunti sul posto, devono vedersela con il cadavere di Bernie, costretti per almeno ventiquattro ore a fingere con chiunque incontrano che l’uomo, considerato una «macchina da feste», sia ancora vivo. Molti gli ingredienti vincenti: la simpatia dei due protagonisti Andrew McCarthy e Jonathan Silverman (il primo rivisto qualche anno fa in Ant-Man, il secondo in CSI Miami), tipici ragazzi anni Ottanta con il sogno di fare soldi e successo; la notevolissima successione di trovate slapstick, che coinvolgono lo sventurato corpo dell’attore Terry Kiser, bravissimo oltretutto a mantenere la medesima espressione per quasi tutto il film. Ma tutto Weekend con il morto è pervaso da quel senso di spensieratezza e comicità bonaria che era un segno distintivo di certo cinema americano degli anni Ottanta.


Azzeccatissimo, a tal proposito, il pezzo reggae che apre il film (Hot and Cold di Jermaine Stewart), e non va dimenticato che l’intera colonna sonora venne firmata da Andy Summers, il chitarrista dei Police. Non un capolavoro, ovviamente, ma una pellicola spesso citata senza dirlo (Una notte da leoni, ma anche Crazy Night – Festa col morto) che non pretende niente di più di far ridere, ma ci riesce a ogni tentativo, talvolta con qualche sprazzo di genialità. Una scena, in particolare, merita di essere considerata memorabile: quella in cui entrano nella villa di Bernie almeno un centinaio di persone per dare inizio al party, tutti si accorgono della sua presenza e gli rivolgono battute, proposte d’affari, inviti sessuali o richieste di droga, ma nessuno si rende conto che sta parlando con un morto. E McCarthy e Silverman, increduli, decidono di stare al gioco. Un bel momento di sana comicità demenziale.

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