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Il Verdetto | Paul Newman, Sidney Lumet e il valore della giustizia

Robert Redford, James Mason e il finale originale di David Mamet. Ma perché rivederlo oggi?

Il verdetto
Paul Newman nel ruolo di Frank Galvin ne Il verdetto.

ROMA – A sedici anni dalla scomparsa in quel lontano 26 settembre 2008, la stella di Paul Newman resta lì, alta in cielo, a brillare e ad emanare una calda luce fatta di classe, fascino irresistibile e talento purissimo. Tante le pellicole che lo hanno visto protagonista nella sua carriera entrate di diritto nella storia, tra cui citiamo: Lo spaccone, Hud il selvaggio, Nick mano fredda e quei Butch Cassidy e La stangata del breve-ma-impareggiabile sodalizio con Robert Redford. Poi gli anni Ottanta con l’intramontabile Diritto di cronaca (ve lo avevamo raccontato in un’altra puntata della nostra rubrica dedicata al cinema in tribunale Legal Corn qui) e l’unico (unico!) Oscar vinto in carriera con Il colore dei soldi grazie al redivivo spaccone Eddie Felson. Nel mezzo ci fu un legal drama straordinario che del genere fu un cambio di rotta e di Newman forse l’ultima grande performance per intensità (anche se poi ci fu Era mio padre). Il titolo? Il verdetto, a firma Sidney Lumet e David Mamet.

Il verdetto di Sidney Lumet fu presentato a New York il 7 dicembre 1982
Il verdetto di Sidney Lumet fu presentato a New York il 7 dicembre 1982

Classico caso, Il verdetto, di film in cui ogni componente del racconto coopera silenziosamente e in modo splendido. A partire dal modo in cui Lumet riesce a costruire immagini complesse e compiute la cui apparente semplicità è iconografia perfetta contenente in sé un mondo intero di sfumature, intuizioni e suggestioni. Una regia, la sua, fatta di momenti attesi, studiati, elaborati, lasciati vivere naturalmente. Come il formidabile incipit che vede Frank Galvin/Newman giocare al flipper in tarda mattinata tra un boccale di birra e una sigaretta. In un silenzio interrotto solo dal suono del macchinario, Lumet codifica una sequenza magistrale che individua immediatamente la criticità del suo agente scenico. E poi le ciambelle, i necrologi, l’andare a caccia di clienti presentandosi ai funerali. La forza de Il verdetto sta tutta in questa base drammaturgica che vede l’aura caratteriale di Galvin custode di un’anima crepuscolare al sapore dell’underdog all’ultima spiaggia.

Jack Warden, Paul Newman e Joe Seneca in una scena de Il verdetto
Jack Warden, Paul Newman e Joe Seneca

Qui entra in gioco il cuore dello script di Mamet che, attraverso dialoghi brillanti e incisivi («Tu dicesti se non ora quando, posso vincerla questa causa!/Non ci sono altre cause, c’è solo questa causa!») a sostegno di una solida struttura narrativa da legal drama tipizzato, riesce a configurare il Galvin avvocato idealista alcolizzato in un racconto dal respiro corto e dal ritmo teso di resurrezione umana e rinascita lavorativa sullo sfondo di una vicenda giudiziaria incredibile fatta di corruzione nelle alte sfere, insabbiamenti, passi falsi, doppiogioco e malasanità in un ospedale cattolico. Per via della tematica che avrebbe messo in cattiva luce la Chiesa, la 20th Century Fox decise di distribuire Il verdetto nel febbraio 1983 in modo da tenere libero lo slot natalizio per qualcosa di più adatto. Quel qualcosa però corrispose all’irriverente Monsignore di Frank Perry.

Le scelte stilistiche di Sidney Lumet per le immagini de Il verdetto sono da strabuzzare gli occhi
Le scelte di Sidney Lumet per le immagini de Il verdetto sono da strabuzzare gli occhi

Si trattava di un film su un sacerdote americano alle prese con riciclaggio di denaro, mercato nero e perfino dell’inganno di una suora. Un film del genere, distribuito al cinema nel periodo di Natale, sarebbe stato un autentico suicidio distributivo. Si scelse così il male minore. Monsignore verrà distribuito nelle sale il 22 ottobre 1982 (un flop con appena 12 milioni e mezzo di dollari incassati a fronte di un budget di 10), Il verdetto invece il 15 dicembre 1982: sarà un successo straordinario con i suoi 54 milioni di dollari al box-office (a fronte di un budget di appena 16). Eppure ciò che resta incastonato nelle sinapsi oggi come ieri, quarant’anni dopo, è la performance straordinaria di un Newman tanto violento e subdolo, scaltro, quanto fragile e romanticamente disperato. Che ci crediate o meno però, non fu lui la prima scelta della Fox.

Talmente delineato il personaggio di James Mason che se raccontato dal suo punto di vista, Il verdetto è un racconto di corruzione e insabbiamento di alto livello
James Mason e il suo punto di vista, tra corruzione e insabbiamento di alto livello

Il film di Lumet è tratto dall’omonimo romanzo di Barry Reed del 1980 che a sua volta trasse ispirazione dal celebre caso di Karen Ann Quinlan negli anni Settanta. De Il verdetto gli executive Richard Zanuck e David Brown acquistarono i diritti di utilizzazione economica. Tantissimi i volti noti presi in esame per dar volto e corpo a Frank Galvin, da Cary Grant a Dustin Hoffman passando per Roy Scheider, William Holden e Frank Sinatra. Parallelamente Zanuck e Brown scelsero il loro regista che, incredibile a dirsi, non fu affatto Lumet, ma Arthur Hiller. L’unica certezza fu l’apporto di David Mamet fresco del successo del suo primo film da sceneggiatore (Il postino suona sempre due volte) dopo tanta esperienza teatrale, che ebbe non pochi problemi nel giungere alla chiusura climatica dello script. Il draft originale finisce dopo che la giuria ha lasciato l’aula per deliberare.

Nei cinema italiani il film fu distribuito il 25 febbraio 1983
Nei cinema italiani Il verdetto fu distribuito il 25 febbraio 1983

Senza dar spiegazioni quindi, senza scoprire quale potesse essere l’effettiva conclusione del caso giudiziario. Né Zanuck né Brown ritenevano potesse essere un finale spendibile in termini commerciali, tanto che Zanuck fece notare la cosa con toni sarcastici consigliando a Mamet di aggiungere un punto interrogativo al titolo del film (Il verdetto?). Nemmeno Hiller amava particolarmente l’idea di Mamet, tanto da lasciare il progetto a pre-produzione avviata. Parallelamente la Fox assunse Jay Presson Allen come sceneggiatore che produsse un draft talmente incisivo da attirare l’attenzione di Robert Redford che si candidò per la parte di Frank Galvin a condizione che il personaggio non fosse un alcolizzato. Con lui anche James Bridges che in teoria avrebbe dovuto scriverlo assieme a Mamet e dirigerlo. Nessuno dei suoi draft però incontrò i favori di Redford e della Fox e fu presto liberato dall’incarico.

Charlotte Rampling in una scena de Il verdetto
Charlotte Rampling

A quel punto Redford contattò Sidney Pollack vedendo in lui l’uomo giusto per dare forma a Il verdetto (oggi lo ritrovate in streaming su Prime Video e Apple TV) Solo che lo fece senza che Zanuck e Brown gli dessero il benestare: fu licenziato in tronco, non prima però di consigliare l’amico Newman per la parte. Infine, ecco Sidney Lumet che in realtà, nonostante i molteplici draft prodotti tra Allen e Bridges, scelse ancora una volta il draft crudo, ispirato e perfetto di Mamet iniziando a lavorare su quello (James Mason e Jack Warden accettarono i rispettivi ruoli solo a questo punto). C’era una condizione però: dare finalmente una vera risoluzione al racconto in modo da lasciarsi alle spalle quel climax decisamente troppo netto. Quell’intuizione però è rimasta tra le maglie dello script definitivo dove vediamo, si, la delibera e a favore di chi si pronuncia la giuria, ma non la sentenza del giudice e le sue motivazioni.

Paul Newman nella sequenza finale del film
Paul Newman nella sequenza finale de Il verdetto, un’opera magistrale

Tutto viene poi dirottato in favore di quel campo/controcampo da favola all’uscita dall’aula di tribunale che vede Lumet giocare di deduzione e intenzioni e Galvin rivedere Laura (una grande Charlotte Rampling) prima dell’enigmatica sequenza finale al telefono. Una sequenza peraltro non contenuta nello script di Mamet ma scritta e ideata dagli stessi Lumet, Newman e Rampling. Vollero aggiungerla in modo da sottolineare la definitiva evoluzione caratteriale di un Galvin ormai fuggito dal suo inferno personale fatto di fondi di bicchiere e la caduta di Laura incapace di convivere con i propri sensi di colpi. Perché in fondo non è sul caso giudiziario in sé che ruota la narrazione de Il verdetto, ma sulla vita di Galvin e i suoi sforzi di rivedere la luce, e proprio per questo un film da (ri)scoprire ad ogni costo.

  • LEGAL CORN | Quando il cinema va in tribunale
  • LEGENDS | Hud il selvaggio, Newman e un classico
  • LEGAL CORN | Diritto di cronaca, Newman e il giornalismo

Qui sotto potete vedere il trailer del film: 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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