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Norma Jeane e la donna dietro il mito | L’infinita modernità di Marilyn Monroe

Cosa rimane a cinquantasette anni dalla morte? La leggenda, il mito, ma soprattutto l’attualità

Marilyn Monroe morì il 5 agosto 1962. Aveva 36 anni.

Era d’estate, tanto tempo fa. Kennedy era ancora vivo, il sogno americano anche. Erano i primi giorni d’agosto, una notte troppo lunga, affollata di ombre nere e fantasmi. Era il 5 agosto del 1962 quando Marilyn Monroe si lasciò scivolare via, mentre il mondo girava due epoche indietro e gli scandali erano in bianco e nero. Se ne andò in fretta, tirandosi dietro uno squarcio di sipario, un lembo abbastanza grande per rendere evidente a tutti che la fabbrica dei sogni generava (anche) incubi. La gente inorridì: nessuno poteva immaginare che dietro quel volto perfetto potesse nascondersi una crepa, l’inizio di un cedimento che avrebbe seppellito il mito.

La modernità di Marilyn secondo un artista portoghese: Untitled Save.

Eppure Marilyn Monroe in realtà dentro quella notte d’estate non c’era. Non era lei a stare distesa su quel letto, non era suo nemmeno il corpo. In quella notte c’era solo Norma Jeane Mortenson, la ragazza di umili origini che era partita con nulla fino a diventare il simbolo di Hollywood. La donna più desiderata d’America. Era lei, Norma Jeane, ad apparire ogni volta che se ne andava Marilyn. Norma Jeane era la normalità, era la donna che sapeva che i diamanti sono sciocchezze, che la fama non produce nulla e che la gloria è sempre e solo passeggera. Perché? Perché la vita vera è altro. «La felicità è un’altra cosa», disse in un’intervista un anno prima di morire. «Questo è successo, fama. Non è felicità».

Ancora una rielaborazione di Marilyn vista da Untitled.Save

Il successo non placa l’inquietudine. Il clamore della folla e il chiasso dei riflettori non alleggeriscono la solitudine. Anzi, quando tutti si spegne, dopo i titoli di coda, è sempre peggio. Diventa sempre più pesante. Lo sapeva Marilyn, perché aveva conosciuto James Dean prima e Monty Clift poi, altri due irregolari, inquieti, talenti assoluti incapaci di gestire la vita, figurarsi una carriera. Idoli fragili e per questo amati di un amore così totale. Chissà che Marilyn, in quella notte d’agosto, non sia riuscita ad avvertire la fine reale, pronta ad accadere. Inevitabile e indimenticabile. Come lei.

Marilyn versione Klimt secondo Untitled.Save

Eppure, dietro il mito e oltre le pagine della leggenda, qualcosa per ricordare Marilyn (anzi Norma Jeane) possiamo ancora farla: superare i luoghi comuni, le banalità da social e le frasi fatte e riscoprirne la modernità, il (difficile) tentativo di risultare credibile anche con quel volto e con quel corpo in un’epoca profondamente maschilista (anni luce da MeToo). Andatevi a rileggere cosa pensava, cosa diceva, rivelando quella fragilità infinita che la accompagnava dall’infanzia e che poi l’avrebbe condannata: «Quando ero piccola, nessuno mi diceva mai che ero carina. Bisognerebbe dirlo a tutte le bambine. Anche se non lo sono».

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