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Fight Club vent’anni dopo | Pugni, consumismo e una rivoluzione in testa: ma cosa rimane?

Il 29 ottobre 1999 Fight Club usciva in sala in Italia. Ma è ancora rilevante? Sì

Edward Norton e Brad Pitt in una rielaborazione della grafica francese Flore Maquin.

MILANO – Ragazzi ammassati in palestra cercando di somigliare ai modelli di Calvin Klein e Tommy Hilfiger. Junk food in pancia e quiz in TV a tutto volume. Riviste patinate. Cordon bleu, ma al microonde. Shampoo e balsamo, ma in un unico prodotto. Divani nuovi. Lampade IKEA. Piccole porzioni di vita. Un’esistenza inutile. Balordi. Materia organica. Corpi senza scopo. Cosa rimane di Fight Club vent’anni dopo? Molto. A differenza di molti film usciti vent’anni fa, rivedere oggi il film di Fincher è un’esperienza quasi inquietante tale è la modernità e la potenza del messaggio. Il tempo non ha fiaccato Fight Club, anzi, lo ha irrobustito, amplificato. Ed è più moderno oggi di quanto non fosse allora, quel 29 ottobre del 1999 quando uscì in Italia. Impossibile? No.

Edward Norton in un’illustrazione di Mitchell Allen alias Defurious.

Andate a controllare, riguardatevi sequenze, ripassatevi i dialoghi, analizzate la critica alla società e ci troverete dentro solo contemporaneità: «Siamo consumatori. Sottoprodotti di uno stile di vita che ci ossessiona. Omicidi, crimini, povertà: queste cose non mi spaventano. Mi spaventano le celebrità sulle riviste, la televisione con cinquecento canali, il nome di un tizio sulle mie mutande, i farmaci per capelli, il viagra», ammonisce a un certo punto Tyler Durden alias Brad Pitt, bellissimo e monumentale, completamente ignorato dagli Oscar, come del resto tutto il film (a parte la nomination per il sonoro), Fincher compreso. Troppo cattivo, troppo nero, troppo nichilista per le serate di gala.

Brad Pitt in Fight Club rivisto da Mitchell Allen alias Defurious.

Non solo: riguardandolo oggi, ci sono passaggi di Fight Club che fanno rabbrividire, inquietanti frammenti di una profezia che nessuno pensava si sarebbe mai consumata. Due anni dopo sarebbero crollate le Twin Towers, frantumando le certezze dell’America e – a un certo punto del film – ecco la voce fuori campo di Edward Norton annunciare con calma: «Abbiamo posti in prima fila per questo spettacolo di distruzione di massa. Il comitato di demolizione ha avvolto i pilastri portanti di una dozzina di edifici con esplosivo al plastico. Tra due minuti le cariche principali innescheranno quelle nelle fondamenta e diversi isolati saranno ridotti a un cumulo di macerie». Boom.

Tyler Durden e le due facce di una stessa identità.

In tempi di gusti appiattiti, logaritmi Netflix e ossessivi influencer social, rivedere Fight Club è una sana boccata d’ossigeno, una botta di genio e sgradevolezza, senza cedimenti e senza concessioni, senza cuoricini e ammiccamenti. Finalmente. Il grande cinema contiene sempre grandi verità. Sempre. Tyler Durden siamo noi, noi siamo i figli di mezzo della storia, persone che non contano nulla, numeri su numeri, followers, tendenze, consumatori, click su click da aggiungere sperando bastino. «La pubblicità ci fa fare lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono. Non abbiamo uno scopo né un posto. Non abbiamo la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita». Bingo.

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