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Lee Van Cleef e quella separazione tra legge e giustizia: Il Grande Duello

Tra il giallo e lo spaghetti western: perché (ri)scoprire il film di Giancarlo Santi amato da Tarantino

Finito nel dimenticatoio per decenni, Il grande duello (1972) a un certo punto è ritornato all’attenzione del pubblico più attento casualmente nel 2003, quando Quentin Tarantino utilizzò il passaggio principale della colonna sonora del film firmata da Luis Bacalov per una sequenza di Kill Bill: Volume 1. Da allora, a intervalli regolari, si legge o di quanto da alcuni sia stato sottovalutato nel tempo o di come la riesumazione tarantiniana avrebbe, invece, spinto altri a sopravvalutarlo. Noi siamo dalla parte di chi dice che c’è più di un motivo valido per recuperare il film, anche se comprendiamo l’insoddisfazione di chi, guardandolo, pensava di riscoprire un cult à la Sergio Leone ai suoi massimi livelli ma si è trovato di fronte ad altro (con tanto di rimandi a I giorni dell’ira e Django).

Una scena de Il Grande Duello.

Eppure Il grande duello ha in qualche modo a che fare con il cinema di Leone, perché il suo regista, Giancarlo Santi, era stato il vice del grande Maestro nelle riprese di due dei suoi maggiori lavori (Il Buono, il brutto e il cattivo e C’era una volta il West). E “qualcosina” – al netto delle sequenze meno riuscite –  il bistrattato discepolo l’ha imparata, soprattutto nella buona gestione dei primi piani (specie nel finale) e dei silenzi, nell’utilizzo del flashback e nella centralità assegnata ad una colonna sonora di stampo morriconiano.

Lee Van Cleef è lo sceriffo Clayton.

Questo film, dal budget modesto e dall’estetica e intreccio da spaghetti western, è poi straordinariamente rappresentativo di quello che fu il cinema italiano dei primi Anni ’70, sia nel campo del western, sia all’esterno di quel perimetro. Il merito? Probabilmente è da attribuire a Ernesto Gastaldi, autore della sceneggiatura e guro degli script di quel periodo (suoi, tra gli altri, Milano odia: la polizia non può sparare, C’era una volta in America e I giorni dell’ira) che nella pellicola diretta da Santi riesce a far convivere gli elementi della tradizione dello spaghetti western con quelli del poliziottesco (senza risparmiarci anche qualche saltuaria battuta greve) e del giallo. Un film di genere, dunque, nel quale convergono forme narrative diverse.

Una scena del film di Giancarlo Santi.

Protagonista assoluto è un Lee Van Cleef con i capelli ormai bianchi, che incarna – come già accadde per l’attempato John Wayne – non solo se stesso e il suo personaggio (in questo caso lo sceriffo Clayton), ma anche l’intero bagaglio di buoni e cattivi che aveva interpretato nei film precedenti. Maschere riunite dentro quella faccia da vecchia volpe e quel fare da divo navigato e consapevole con cui si prende gioco dei quattro ceffi addobbati a cacciatori di taglie della prima sequenza. Sin dall’inizio, grazie a Van Cleef, non abbiamo dubbi sul fatto che sarà lo sceriffo il mattatore degli eventi fino all’inatteso colpo di scena finale.

Lee Van Cleef in una scena del film.

Clayton è alla ricerca del giovane Philipp Wermeer – interpretato da Alberto Dentice, l’allora sosia di Massimo Ciavarro accreditato con pseudonimo e ora giornalista de l’Espresso – condannato per l’omicidio del Patriarca Saxon, capitalista arraffone e violento che insieme ai tre figli controllava una zona di frontiera attraverso le sue proprietà con l’unico obiettivo di arricchire e allargare i suoi possedimenti. Da questo punto di vista, ci troviamo davanti ad un western feudale (o pseudo-mafioso), con l’aggiunta però che gli antagonisti sono caratterizzati più attraverso i loro tic, nevrosi ed eleganza bizzarra, che per le qualità dimostrate sul campo di battaglia o nella liturgia del duello. Ma la questione è più complicata.

Un’immagine de Il Grande Duello.

Come mai? Perché non siamo in una commedia di Bud Spencer e Terence Hill. Qui, dietro all’apparentemente banale lotta tra lo sceriffo e i bounty killers, c’è una sfumatura da giallo, una verità che in pochi sanno e che nessuno sembra voler dire. Sarà davvero colpevole il giovane Philipp? Chi sta cercando di incastrarlo? Le risposte arrivano per gradi, non senza qualche depistaggio. Inoltre nel film assistiamo ad un ribaltamento valoriale tra la figura dello sceriffo e la famiglia di capitalisti, in cui gioca un ruolo fondamentale la separazione tra legge e giustizia, che, invece, nel western americano spesso coincidono (ricordiamo che siamo in Italia, a due anni dall’uscita di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto).

Il Grande Duello.

I Saxon, vestiti di bianco e padroni della contea, secondo il canone dovrebbero rappresentare lo Stato o qualche sua derivazione, ma in realtà sono squilibrati che utilizzano il sistema a servizio dei loro affari, non per mantenere l’ordine sociale. Lo sceriffo, al contrario, è vestito di nero, e, anzi, per divergenze con i vertici è stato allontanato dal suo ruolo. Non è dunque l’istituzione in sé a prendersi cura degli individui, ma la forza morale dell’ex-sceriffo ingiuriato, che scardina un meccanismo corrotto (come è lo stesso giudice che ha condannato Philipp) attraverso la micidiale arma della verità e dell’alleanza con l’altro perseguitato. La legge in sé per sé non basta più, bisogna che a metterla in pratica ci siano uomini retti, altrimenti l’ingranaggio si rompe. Sempre.

  • Se volete rivedere il western con Lee Van Cleef lo trovate su CHILI: Il Grande Duello

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