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L’occulto, la faccia dell’orrore e del perché riscoprire The Bye Bye Man

Tre amici, una casa isolata e uno spirito maligno. La nuova puntata di Horror Corn è qui

Non risvegliate The Bye Bye Man.

ROMA – Formula che vince, non si cambia: tre ragazzi, una casa di campagna, appena fuori dal college, un’azzardata seduta spiritica e una lunga, lunghissima notte scandita da morte e orrore. Ingredienti fondamentali per il genere che la regista Stacy Title frulla per dirigere il cupissimo e spettrale The Bye Bye Man – il titolo consigliato per la nostra rubrica Horror Corn – portato in Italia dalla Midnight Factory. Girato low budget (la produzione è costata 7 milioni di dollari), all’uscita, nel 2017, la pellicola riuscì però ad incassare globalmente quasi 30 milioni, facendo sobbalzare dalle poltrone gli spettatori che, anche solo per un istante, hanno ripetuto nella loro testa quello strano saluto: Bye Bye Man.

the bye bye man
Il punto di non ritorno.

Eh già, perché l’inquietante figura – un cappuccio nero e un mantello – arriva non appena si legge, si pronuncia o, solamente, si pensa al nome. E allora ecco i protagonisti, tre studenti, Elliot, la sua fidanzata Sasha, e il loro amico John che, affittando un cottage che definire isolato è un eufemismo, svegliano, più o meno involontariamente, l’inquietante presenza che finirà per impossessarsi di loro, spingendoli ad atti brutali, violenti, inauditi. Non c’è scampo, ci racconta il film, perché questo Bye Bye Man è impossibile da fermare. Più lo si affronta più diventa inarrestabile, più si uniscono le forze, più la macchia di sangue finisce per diventare un fiume di morte.

“Don’t say it, don’t think it; don’t think it, don’t say it.” Leigh Whannell in una scena del film.

Del resto, sono il mood horror e i suoi canoni, a dettare la regole generali, acchiappando quel pubblico in cerca di sussulti, grida, pelle d’oca. In fondo, gli horror servono a questo: alimentare le paure più recondite per, in qualche modo, esorcizzarle. Solo che in The Bye Bye Man, c’è ben poco da esorcizzare: il mostro di turno – che ha il volto, nascosto, di un grande attore come Doug Jones, con un cast che vede tra le file anche Carrie-Anne Moss e un cameo di Faye Dunaway – non ha inizio e non ha fine, esiste nella mente degli sfortunati protagonisti ed esiste, scopriamo, in quella realtà parallela dove le tenebre inghiottono la luce.

Il mostro.

Se, vedendo il film, la notte la passerete (molto probabilmente) insonne, con il timore di aprire qualche cassetto, non aiuterà sapere che la sceneggiatura è tratta da un racconto di Robert Damon Schneck, scrittore specializzato in fenomeni paranormali e storie, potremmo dire, al limite dell’incredibile. Solo fantasia di un romanziere con l’ossessione per l’occulto, dunque? No, perché come dichiarato da Schneck, la vicenda arriva da un fatto accaduto ad un suo amico nel 1990, che si ritrovò a che fare con un’inquietante ombra richiamata da una tavoletta Ouija. Tutto vero? Chissà, ma già il dubbio che sia davvero successo, di certo, non augura sogni d’oro, anzi.

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