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Il lungo addio: undici anni dopo, un ricordo di Heath Ledger

Irregolare, geniale, folle e mai abbastanza rimpianto. Ecco perché continua a mancarci

Calzini rossi a righe, zaino sulle spalle, cappello in testa e pantaloni corti: prima che fosse troppo tardi, prima che rimanesse solo il rimpianto, ci apparve davanti quasi come un alieno sul red carpet della Mostra di Venezia, arrivato al Lido come un turista qualsiasi per presentare Io non sono qui di Todd Haynes. Era il 4 settembre 2007, Heath Ledger aveva ventotto anni, qualcosa più di un grande film alle spalle (I segreti di Brokeback Mountain) e un futuro imponente davanti. Affascinante, luminoso e completamente irregolare, Ledger passeggiava sotto il naso dei fotografi con il passo leggero di chi non ci crede, di chi in fondo sa che è tutto un gioco da giocare e che anche quello del divo svagato è un ruolo da interpretare, almeno fino a quando ci si diverte.

Lido di Venezia, 4 settembre 2007: Heath Ledger sul red carpet di Io non sono qui. Foto: Shutterstock

Allineati dietro la transenna, lo guardavamo ammaliati, pensando li avesse tutti in pugno, convinti che si stesse divertendo come un matto sulla futile giostra dello show business, da cui ne sarebbe sceso non appena avesse voluto, non appena avesse creduto. Non era così. Nemmeno sei mesi dopo Heath Ledger era morto. Solo in seguito avremmo saputo della sua ossessione per Nick Drake, dei video girati in bianco e nero, dei suoi percorsi in bilico sull’orlo della depressione e sulle note proprio di una canzone del cantautore inglese, Black Eyed Dog, il «cane nero» che riprendeva la definizione che Winston Churchill aveva dato alla depressione. Ma a Venezia, in quei giorni, non c’erano nuvole nere, solo quei calzini assurdi e un sorriso capace di spazzare via anche le ombre.

Heath Ledger, Ang Lee e Jake Gyllenhaal ai DGA Awards per I segreti di Brokeback Mountain. Foto: Shutterstock

Poi ci fu la notte del 22 gennaio, l’addio improvviso – che a chi c’era ricordò quello mai concluso di River Phoenix – il saluto privato, le parole dell’amata Michelle Williams che, persa dentro un giorno di febbraio, usò le parole di un sonetto di Shakespeare, Shall I compare thee to a summer’s day?, per dirgli addio: «Posso paragonarti a un giorno d’estate? Tu sei più amabile e più tranquillo. Venti forti scuotono i teneri boccioli di maggio e il corso dell’estate ha fin troppo presto una fine». Un anno dopo l’Academy gli diede un Oscar – sempre troppo tardi, come per James Dean – per il Joker de Il cavaliere oscuro e seduto ad applaudire quel premio c’era un altro vecchio amico destinato alla fine: Philip Seymour Hoffman. Undici anni dopo, di Ledger oggi rimane poco, meno di quindici film, un paio di capolavori e una lunga striscia di articoli di gossip, come se il sapere come, lenisse la pena del quando o del perché.

Perth, 29 giugno 2016: il memorial dedicato a Heath Ledger. Foto: Shutterstock

Se andate a Perth però, allo Swan River Park, il parco dove era solito giocare da bambino, trovate in un angolo lontano un piccolo memorial, con una scacchiera – una delle sue passioni – e poco distante un cubo di cemento con sopra incisa una semplice scritta: Heath Andrew Ledger, 1979-2008. Sotto, una breve citazione, presa dalle pagine de Il profeta di Gibran: «Solo se berrete al fiume del silenzio, potrete davvero cantare. E quando avrete raggiunto la vetta del monte, allora incomincerete a salire. E quando la terra esigerà il vostro corpo, allora danzerete realmente». E allora che il tuo ballo possa durare per sempre Heath, ovunque tu sia in questo momento.

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