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La logica della frontiera e la fenomenologia dello spirito americano: La conquista del West

Enorme, monumentale, eccessiva: un’opera colossale che in tre ore racconta la nascita degli Stati Uniti

George Peppard nei panni di Zeb Rawlings ne La conquista del West.

MILANO – Film enorme e monumentale La conquista del West – lo trovate su CHILI -, con una sproporzione nella forma giustificabile solo per quel suo intento celebrativo che avvicina questo western di centosessantaquattro minuti (divisi in cinque episodi) all’opera d’arte totale di wagneriana memoria, non solo per la complessità della struttura e il copioso utilizzo di una musica trionfale, ma anche per il suo voler essere esperienza cinematografica definitiva, completa e colossale, che porti sullo schermo l’anima stessa di un popolo, quello americano, attraverso le tappe storiche e leggendarie della sua realizzazione: Hegel la indicherebbe come una fenomenologia dello spirito americano.

La conquista del West
I titoli di testa de La conquista del West

Per comprendere il livello spropositato a cui questo film vuole arrivare, basti pensare al cast, per cui il termine stellare pare addirittura riduttivo: alla regia dei cinque episodi abbiamo infatti John Ford, Henry Hathaway, George Marshall e Richard Thorpe, mentre tra gli attori principale figurano (prendete fiato) James Stewart, Gregory Peck, John Wayne, Henry Fonda, Carroll Baker, Debbie Reynolds, George Peppard, Richard Widmark e Elie Wallach, oltre a Spencer Tracy come voce narrante (nella versione italiana doppiato dall’onnipresente Mario Pisu).

La conquista del West
Un’immagine de La conquista del West

Da un punto di vista dell’immagine, per realizzare al meglio i suoi obiettivi di grandeur, la tecnica scelta fu quella – costosissima e complicata da usare, a detta dello stesso Ford – del cinerama, una sorta di antenato del 3D che prevede l’utilizzo di tre camere per ogni sequenza, di cui le pellicole vengono poi unite e proiettate sul lato convesso di uno schermo curvo, in modo da fa sentire lo spettatore all’interno della scenario in cui si svolge l’azione.

La Conquista del West
James Stewart ne La Conquista del West

Interessante dunque la contraddizione che vive questo film nel rapporto tra innovazione e tradizione, perché se da un lato le tecnologie utilizzate sono all’avanguardia e quasi sperimentali (è solo il terzo film girato con quella tecnica, che verrà poi abbandonata per problemi legati alla distribuzione), i contenuti sono orgogliosamente classici, come se – anche se lo diciamo con il senno di poi – si fosse voluta sparare l’ultima cartuccia con il fucile buono, chiudere in bellezza la fase corale dell’epopea western prima di lasciare spazio ai cowboy solitari che, nel frattempo, si stavano già prendendo la scena (vedi il Kirk Douglas di Sotto le stelle o il Paul Newman di Hud il selvaggio).

Una scena del film

La conquista del West non è quindi solo un film, ma un resoconto pilotato di tutta la tradizione western dei precedenti trent’anni, di cui non è difficile riconoscere citazioni e evoluzioni. Dopo un’introduzione musicale (bellissima, firmata Alfred Newman) iniziano gli episodi, con i quali riviviamo l’espansione del territorio statunitense verso l’occidente attraverso le vicende dalla famiglia Prescott. Il primo episodio, siamo nel 1830, vede la famiglia partire verso l’Ohio capitanata da un vecchio, Zebulon, alla ricerca di una vita migliore, di terre da coltivare, di mariti per le due figlie Eve e Lily.

Al di là del fiume non c’è niente, solo spazi immensi e qualche uomo della montagna, i cacciatori di castori in pace con se stessi e con gli indiani che fanno la vita degli eremiti e tornano in città solo per vendere le pelli (sarà uno di questi -interpretato da James Stewart- a farsi contadino per amore della figlia più intraprendente di Zabulon). Il secondo frammento, vent’anni più tardi, segue le vicende dell’altra sorella, ballerina a caccia di fortuna verso l’oro della California e insidiata da un fascinoso giocatore d’azzardo (Gregory Peck).

La Conquista del West
Una scena de La Conquista del West

Qui già notiamo un’evoluzione, perché nella prima fase l’espansione statunitense ha ancora i caratteri dell’immigrazione vera e propria: alla guida di zattere e carovane, persone di tutti i generi abbandonano le case, affrontando i pericoli della natura e dei profittatori senza scrupoli; qualcuno non ce la farà, altri si fermeranno sulla strada, altri ancora proveranno ad arrivare oltre il Mississippi. Nella seconda fase de La conquista del West l’immigrazione è diventata più strutturata e più profonda, poiché nel frattempo, con la guerra al Messico (1846-48) l’esercito regolare ha spianato la strada a Ovest del Texas, verso la California. I viaggi sono quindi più sicuri perché organizzati, ma sempre con occhio vigile per possibili imboscate degli indiani sempre a caccia di nuovo bestiame.

Un’immagine del film

Se i primi due episodi sono quasi melodrammi per gli imprevisti suscitati dal viaggio e per gli intrecci amorosi che si vengono a costruire sulla via del sogno americano, i successivi sono più significativi. Protagonista è Zeb, figlio di Eve, che si arruola nell’esercito nordista (siamo nel 1861) con l’impeto di un giovane in cerca di avventura e una vitalità quasi alla Tom Cruise di Nato il 4 luglio; e proprio come il protagonista del film di Oliver Stone (pur senza infortunio), scoprirà a sue spese, partecipando alla tremenda battaglia di Shiloh, che «no, non c’è niente di eroico nel vedere un uomo con le budella di fuori».

Una scena del film

Se la conquista del west non è ancora conclusa in modo definitivo, è ormai un processo irreversibile (tanto che le compagnie ferroviarie ci investono) i cui luoghi continuano a rappresentare un’attrattiva, non più solo per le risorse del sottosuolo, ma anche come rifugio dalla Guerra Civile da cui i nuovi Stati sono rimasti esclusi (ricordiamo che furono mantenuti indipendenti proprio per evitare che fossero esportate le diatribe tra nordisti e sudisti). Il destino degli indiani, nel frattempo, è segnato, perché inizia ad essere chiaro (forse anche a loro?) che l’esistenza di certe tribù, per qualche speculatore, vale di meno di una scorciatoia su cui far passare le rotaie.

Un’immagine del film

E infine gli ultimi episodi (oltre il 1880), in cui i territori sono stati ormai occupati e inizia una nuova civiltà anche all’Ovest. Zeb è diventato sceriffo e il treno non è più un cavallo di metallo a cui bisogna insegnare la via, ma un mezzo di trasporto per signori, preda privilegiata dei banditi, che dopo la natura, gli indiani e la guerra, rappresentano l’ultimo ostacolo per la realizzazione del sogno. Brevissimo l’epilogo, in cui vediamo la Los Angeles degli anni Sessanta e le sue strade, a testimonianza di quanto è stato fatto in meno di cento anni di mito americano.

Una scena del film

Forse un po’ verboso e antico nelle dinamiche della prima metà, La conquista del west rimane però ancora oggi un film potente, con alcune scene indimenticabili, come l’assalto dei bufali nell’episodio della ferrovia o il combattimento sul treno nel finale. Interessante la scelta di mostrare la Guerra Civile in modo laterale, attraverso dialoghi (di due ufficiali, un disertore e un soldato), ma mai davvero vista direttamente. Tre Oscar meritatissimi nel 1964: Sonoro, Montaggio e Sceneggiatura Originale, quest’ultima arrivata sconfiggendo addirittura due italiani, ovvero Nanny Loy per Le quattro giornate di Napoli e Fellini per 8 e 1/2. Più che un semplice film, uno stato mentale.

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  • Se volete leggere altri Western, scoprite la nostra sezione: West Corn 

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