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Da Trastevere al West | L’eredità di Sergio Leone raccontata trent’anni dopo

Il mito del West, l’epica, la poesia, il genio: ma cosa rimane a trent’anni dalla morte del regista?

Sergio Leone e il suo cinema ritratti da Nathan Milliner.

MILANO – Il problema è più o meno sempre lo stesso: a noi italiani devono sempre venirlo a raccontare gli altri, altrimenti non ci crediamo oppure tendiamo a sottovalutare quello che abbiamo. Una questione mai risolta che spesso conduce a clamorosi errori o a dimenticanze reiterate nel tempo, come nel caso di Nino Rota di cui già abbiamo parlato qui. Il 30 aprile cadono i trent’anni dalla scomparsa di Sergio Leone e se è vero che il regista romano è spesso celebrato, è anche vero che a un certo punto sono dovuti arrivare i francesi a spiegarci che era un genio. Un’esagerazione? Non proprio, è sufficiente spulciare negli archivi dei quotidiani dell’epoca: «In Per un pugno di dollari si esagera: stragi salgariane, torture sadiche, sangue che imbratta tutto il film», scrisse Tullio Kezich su Il Corriere della Sera nel 1964, ma basta andare su YouTube anche oggi per trovare il commento di Paolo Mereghetti su C’era una volta in America, definito «un film irritante».

Spaghetti al posto della barba: Sergio Leone in una rivista francese del 1972.

Oltre confine invece, Leone e il suo cinema rimangono da decenni un riferimento assoluto, ancor prima dell’atto di fede (e delle scopiazzature infinite) del buon Quentin Tarantino (aspettando C’era una volta a Hollywood), tra citazioni e rimandi, da Ritorno al futuro a Ricomincio da capo (ricordate Bill Murray con poncho e sigaro?), senza contare Sam Raimi e Pronti a morire, C’era una volta in Messico di Rodriguez, il coreano Il buono, il matto, il cattivo fino ai Coen che presentando il loro La ballata di Buster Scruggs dissero che da sempre sono ossessionati dal cinema di Leone. E un altro fronte è la cultura hip hop americana con i campionamenti delle colonne sonore di Morricone, ricordando anche un brano recente dei Colle der Fomento che si intitola proprio Sergio Leone.

Un murales dedicato a Leone a Roma.

L’elenco sarebbe lungo, sia sufficiente questo per comprendere la modernità di un uomo che viaggiava talmente in anticipo che trent’anni dopo siamo ancora lì, tra rimandi e analisi, intuizioni e premonizioni. «Oggi vengono assegnati gli Oscar a film televisivi, mi sembra che i registi non facciano più il cinema per amore del cinema, ma unicamente per diventare ricchi e famosi. E l’immagine televisiva ci ha ormai colonizzato il cervello», ammoniva Leone nell’autunno del 1986 dialogando con l’amico Noël Simsolo, conversazioni oggi riportare in un libro imperdibile come C’era una volta il cinema (edito in Italia da Il Saggiatore). Aveva ragione.

La targa dedicata a Leone a Trastevere.

In quel libro – di cui troverete poi la recensione nel nostro speciale #Leone30 – si mescolano Roma e Hollywood, popolare e blockbuster, Jean Gabin e Rod Steiger, Blasetti, Bertolucci e Richard Dreyfuss (perché inizialmente doveva essere lui Noodles), tra Cinecittà e Trastevere. Ed è proprio l’aspetto che risulta apparentemente locale – ovvero l’infanzia trascorsa per strada, a viale Glorioso, come i bambini di C’era una volta in America – che colpisce a affascina, perché in fondo Leone in tutta la sua carriera andò proprio alla ricerca di quel tempo perduto: «Il mio modo di vedere le cose talvolta è ingenuo, un po’ infantile ma sincero. Come i bambini della scalinata di viale Glorioso», recita la targa che potete vedere ancora oggi in viale Glorioso, messa lì dal Comune nel 1999, nel decennale della scomparsa.

Sergio Leone underground: per un pugno di graffiti.

Basterebbe questo, ma c’è molto altro, un intero mondo: come Salgari con i suoi libri, Leone dipinse l’America guardandola da lontano e il risultato è un cinema invecchiato incredibilmente bene, con dentro personaggi talmente moderni da risultare attuali come mai, soprattutto politicamente: riguardatevi Giù la testa e quanti spunti troverete, a partire dalla disillusione feroce del ribelle irlandese James Coburn: «Quando ho cominciato a usare la dinamite, credevo in tante cose. Ho finito per credere solo nella dinamite». E allora Sean, Sean, Noodles, il poncho e il sigaro, lo sguardo della Cardinale, il piccolo Dominic che crede di essere scivolato, la gobba di Kinski, l’ironia e la poesia, i colpi di pistola, le battute folgoranti e, alla fine, «tutti i miei fantasmi definitivi: l’America, l’amicizia perduta e il cinema…». C’era una volta Sergio Leone? No, c’è ancora.

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