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Il cinema di David Bowie e l’infinita poesia de L’uomo che cadde sulla Terra

Un modo differente per ricordare il Duca Bianco? Rivedere il cult firmato da Nicolas Roeg

A più di tre anni dalla morte, l’assenza è ancora enorme, il vuoto mai colmato né colmabile e allora agli orfani come noi di Hot Corn non rimane che curare la nostalgia di David Bowie con ripetute e mirate visioni dei tanti cult che seppe scegliere con intelligenza, da Furyo a The Prestige (li trovate su CHILI) senza dimenticare quella perla anni Ottanta che fu Labyrinth. Tra i molti, la nostra scelta però vira su un film irregolare datato 1976 – un attimo prima di sparire a Kreuzberg con Iggy Pop – quando Nicolas Roeg, suggestionato e affascinato dall’ascesa (e caduta) del suo Ziggy Stardust, si portò Bowie in New Mexico per mettere in scena L’uomo che cadde sulla Terra, tratto dal libro di Walter Tevis (oggi lo trovate ripubblicato da Minimum Fax).

Bowie in una scena de L’uomo che cadde sulla Terra.

Magnetico, spaesato, bellissimo (non aveva nemmeno trent’anni) Bowie dimostrò una volta per sempre di essere non solo un’icona rock, ma un attore raffinatissimo al punto che due anni dopo David Hemmings – sì, quello di Blow Up – lo volle per il suo film da regista, Gigolò, affiancandogli (addirittura) Kim Novak e Sydney Rome, mentre negli anni Ottanta sarebbe poi stato scoperto da Hollywood con Miriam si sveglia a mezzanotte, Absolute Beginners e Tutto in una notte (in cui infilava una pistola in bocca al povero Jeff Goldblum). Ma questa è un’altra storia, e segue un alieno, Thomas Jerome Newton (Bowie) venuto sulla Terra alla ricerca di acqua.

Ancora Bowie e la Clark in un altro momento del film.

Segnato dalle musiche psichedeliche e stranianti di Stomu Yamashta, tastierista giapponese scoperto da Roeg nei primi anni Settanta, L’uomo che cadde sulla Terra è un magnifico affresco sulla solitudine, un incrocio tra Ziggy Stardust e Michelangelo Antonioni con Bowie capace di catalizzare l’attenzione dello spettatore per oltre due ore, fragile e meraviglioso alieno, anche lui emigrato (sì, emigrato) in cerca di sopravvivenza. «Vengo da un mondo spaventosamente arido. Abbiamo visto alla televisione le immagini del vostro pianeta. E abbiamo visto l’acqua», rivela a un certo punto della pellicola usando il giallo come colore dominante.

Per Bowie fu l’esordio al cinema, il primo passo di un viaggio parallelo a quello musicale, un percorso che negli anni avrebbe nutrito sapientemente con talento e intelligenza, alternando David Lynch, Nolan e Scorsese (dieci anni dopo sarebbe stato Ponzio Pilato ne L’ultima tentazione di Cristo). Dentro L’uomo che cadde sulla Terra c’è però già quasi tutto l’enigma Bowie, rimasto intatto anche quarant’anni dopo, tra le leggende tramandate dal set (la cocaina quotidiana, la sua colonna sonora rifiutata da Roeg, l’apparizione di Terry Southern) ai momenti di purissimo cinema che il direttore della fotografia Anthony Richmond riuscì a dipingerli addosso.

L’effetto della fotografia di Anthony Richmond su Bowie.

E – come accade per ogni atto artistico di Bowie – rivisto oggi L’uomo che cadde sulla Terra offre più domande che risposte e la riflessione sulla solitudine che contiene è più attuale oggi di ieri in una società ormai costruita da esseri umani diventati isole senza collegamento. Ma non solo: l’alieno Thomas Jerome Newton non è interpretato da Bowie, ma è lo stesso Bowie, fermato in quel preciso momento della sua vita, quasi una Polaroid poetica e meravigliosa: «Fu la mia prima volta da attore», ricordò anni dopo, «e non sapevo nulla di come funzionasse il cinema. Così finì che quell’alieno diventai io, che vivevo davvero un periodo di alienazione totale, dipendente dai dieci grammi di cocaina che prendevo ogni giorno. Era come se fossi in un’altra dimensione…». Loving The Alien.

Potete vedere L’uomo che cadde sulla Terra su CHILI

 

 

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