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Braveheart | Il cuore impavido di William Wallace e l’ultimo kolossal del cinema

Cinque Oscar, la Scozia, il prezzo della libertà: 25 anni dopo, il film di Mel Gibson è ancora potente

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Mel Gibson è William Wallace

ROMA – L’impatto immediato dopo aver (ri)visto Braveheart di Mel Gibson è lo stesso di venticinque anni fa: cinema e narrativa, spettacolo ed enfasi, in grado di smuovere gli ideali più profondi. Libertà, giustizia, coraggio. E, chi scrive, ricorda ancora adesso il giorno della prima volta con il kolossal di Gibson. Niente grande schermo – del resto, alcune immagini non erano molto adatte ad un bambino delle elementari – ma una visione pomeridiana casalinga, in una splendida versione VHS in doppia cassetta, per ovviare alle quasi tre ore che valsero a Mel Gibson cinque Oscar (su 10 nomination) tra cui miglior film e miglior regia.

Mel Gibson e le indicazioni sul set di Braveheart
Mel Gibson e le indicazioni sul set di Braveheart

E la sensazione, acerba ma già forte, ed oggi enfatizzata da un’esperienza cinematografica decisamente più matura, è che Braveheart sia uno degli ultimi classici del cinema. Più di tutte le sue (tante) inesattezze storiche – una su tutte: il kilt nel 1300 non era ancora stato inventato –, più della violenza che tanto ha suscitato polemiche attorno all’idea di cinema che ha Mel Gibson – portandosi dietro le critiche anche in The Passion e Apocalypto –, optando per una spettacolarizzazione dell’epica, delineando un idolo da grande schermo più che da libro di storia.

Gibson e Catherine McCormack

Il viso pittato di blu, i discorsi motivazionali – “Tutti muoiono, non tutti però vivono veramente” – l’ardore durante le battaglie, la spietata vendetta contro il generale inglese che aveva ucciso la sua Murron (Catherine McCormack), dando la spinta alle altre regioni della Scozia, unite in un esercito di ribelli contro le oppressioni della Corona d’Inghilterra. Ma, oltre al cuore impavido di Wallace, Braveheart come detto è anche uno degli ultimi kolossal. Infatti, pur essendoci pochissimi effetti visivi, l’intera messa in scena è artigianale. Per questo le riprese sono durate quasi sei mesi, scegliendo determinate aree d’Irlanda dalla forte piovosità.

Sul set. Notare i cavalli finti in prima linea…

Sono stati scritturati oltre tremila soldati dell’esercito irlandese per le scene di battaglia, utilizzando poi ben diecimila frecce. Però, nonostante le tante scene d’azione, non sono stati riportati feriti né sono stati uccisi o maltrattati i cavalli. Infatti, come dimostrato dalla crew, per Braveheart sono stati creati appositamente dei cavalli meccanici, spinti da ingranaggi movimentati con l’azoto. Il resto, poi, è stato affidato alla straordinaria colonna sonora di James Horner, alla sceneggiatura di Randall Wallace e al cast scelto da Gibson: Sophie Marceau, Brendan Gleeson, James Cosmo, Brian Cox, David O’Hara e Angus Macfadyen che, pensate un po’, ha recentemente ripreso il ruolo di Robert Bruce proprio in Robert the Bruce, sequel più o meno ufficiale uscito in home video nel Regno Unito nel 2019.

Sophie Marceau con Mel Gibson
Sophie Marceau con Mel Gibson

Allora, oggi, di quel film – che in tanti hanno provato malamente a scopiazzare nel corso degli anni – resta molto. Soprattutto, è ancora potente la sua ode all’uguaglianza, moto ondoso che ha attraversato secoli e secoli, conquistata pagando necessariamente prezzi altissimi. Ecco perché il simbolo di Wallace, tra realtà e finzione, non invecchia. Anzi, si evolve al passo coi tempi. Ed è come se, la spada lanciata da Hamish, nell’ultima sequenza, fosse un segnale da raccogliere. Ovvero, adesso sta a noi proseguire la battaglia; sta a noi impugnare quella spada, diventando – a modo nostro – l’ardente William Wallace. Che diede la vita, sacrificandosi per libertà.

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Qui una featurette sul dietro le quinte del film:

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