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Lo Squalo compie 50 anni: il film che ha cambiato il cinema (e le nostre estati)

Da Spielberg al marketing, da uno squalo allo sguardo sul mondo: perché Jaws è ancora un’icona del nostro immaginario.

ROMA – Tutto comincia con un’increspatura nell’acqua. Nessun volto, solo una ragazza che nuota. Poi il silenzio. Poi, improvvisamente, inaspettatamente: quel suono. Il resto diventerà storia. Il terrore, il panico, la rivoluzione. E oggi quella storia compie cinquant’anni: il 20 giugno 1975 Lo Squalo usciva nelle sale americane. A dirigere, un ventottenne con lo sguardo da boy scout e la lucidità di un veterano: Steven Spielberg. Nessuno, nemmeno lui, poteva immaginare che da lì sarebbe cambiato tutto. Il cinema, le regole della paura e sì, anche il modo in cui guardiamo l’acqua.

Un’immagine dal set de Lo Squalo

Perché Lo Squalo – o Jaws, come lo chiama ancora chi lo ha visto in VHS, poi in DVD, poi in 4K – è molto più di un film con un mostro marino. È il punto zero del blockbuster moderno. È il momento in cui Hollywood smette di pensarsi solo come fabbrica e comincia a ragionare in termini di evento. Il film d’estate, il marketing virale, il merch, le file davanti ai cinema. E pensare che il vero protagonista – lo squalo meccanico, soprannominato Bruce dal team – non funzionava. Si rompeva, affondava, faceva impazzire tutti. Ma proprio quella difficoltà obbliga Spielberg a togliere, a suggerire, a fare di meno. E come spesso accade, il limite diventa stile. Così nasce un’idea di suspense costruita per assenza: non vedi, ma immagini. E l’immaginazione, si sa, è molto più spaventosa di qualsiasi mostro.

A metà tra thriller, horror e avventura, Lo Squalo è anche un film sorprendentemente politico. Il sindaco che nega l’evidenza per non danneggiare il turismo? Una scena che oggi sembra presa da un telegiornale. Il mare come simbolo dell’ignoto, delle paure che affiorano quando meno te lo aspetti, della natura che non accetta di restare al suo posto? Ancora più attuale. E poi ci sono loro, tre uomini su una barca: Brody che cerca il controllo, Hooper che si rifugia nella scienza, Quint che si affida ai fantasmi del passato. Insieme diventano una metafora perfetta dell’essere umano di fronte a ciò che non può dominare. Perché alla fine lo squalo, con tutta la sua ferocia, è forse il personaggio più semplice da capire.

Una scena del film

Certo, Spielberg farà film più complessi, più intimi, più premiati. Ma nulla sarà mai così primitivo, così popolare nel senso più nobile del termine. Lo Squalo è l’inizio di un’ossessione: per la paura, per il montaggio, per il ritmo, per il grande pubblico. È anche l’inizio di un altro modo di raccontare: quello in cui il cinema si fa corpo, suono, sensazione.

Cinquant’anni dopo, mentre i mostri oggi sono digitali e i remake si moltiplicano, Jaws resta lì, immobile nella memoria. Lo metti su e funziona ancora. Quel tema di John Williams, due note soltanto, ti sale dalla pancia. La spiaggia ti sembra un po’ meno sicura. E il cinema, anche – e ancora – grazie a Spielberg, continua a essere ciò che deve essere: un posto dove sentire qualcosa. Anche la paura.

LONGFORM: Leggi qui Steven Spielberg e quella volta che Ingmar Bergman andò sul set de Lo Squalo.

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