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Toy Story 4 | Woody, Buzz, i ricordi e quell’amicizia diventata ancora più grande

Un finale emozionante e tante risate: il quarto capitolo è anche il film Pixar più divertente di tutti

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ROMA – Chissà se è un caso: la scena iniziale di Toy Story 4 è avvolta da una pioggia incessante. Nove anni fa, invece, l’ultima sequenza era scaldata da un sole raggiante. E ora rieccoci ancora una volta in quella cameretta fatta di stelle e nuvole. Ci sono i disegni appesi al muro, Woody, Buzz e un giocattolo in pericolo da salvare a qualunque costo. E c’è Andy che, anni dopo, si lascerà alle spalle quei giocattoli per andare al college. Oggi, chissà dov’è quel ragazzo che giocava con un cowboy di pezza e un astronauta di plastica.

Woody, Buzz e sì, è tornata la pastorella Boo. Con loro gli spassosi Ducky e Bunny

E non smettiamo di pensare a quel finale perfetto e doloroso, di grande cuore e cinema. Impossibile fare di più, pazzesco pensare che Toy Story 4 riesca a superare il the end completo e totalizzante del suo predecessore, da vera pellicola classica come non se ne fanno più. Infatti – e lo scopriamo solo negli ultimi dieci minuti – il regista Josh Cooley non ha intenzione di replicare nulla, né di superare nessuno. Ma ci fa prendere atto di una cosa fondamentale, a cui non avevamo mai pensato. Né nel 1996 – quando il mondo dell’animazione fu sconvolto dal primo Toy Story –, né nel 2009: anche i giocattoli hanno un proprio percorso, una propria consapevolezza.

La banda di giocattoli

Del resto, quindi, non è un caso nemmeno che il quarto capitolo sia anche il lungometraggio Pixar fin ora più divertente. Semplicemente, è uno spasso. Per grandi e bambini. Merito dei volti noti, chiaro, ma anche dei nuovi giocattoli: uno stuntman dal cuore spezzato, un unicorno con manie criminali, due orsacchiotti ghetto style legati per le mani. E, come il cane Slinky, la sceneggiatura di Toy Story 4 è una molla di emozioni: quando comincia a salire il magone, arriva subito una battuta. Un modo di raccontare studiato nei minimi dettagli: un film d’azione, una storia romantica, una commedia alla National Lampoon, scene di addii e abbracci ritrovati, nemmeno fosse Casablanca.

Verso l’infinito e…

Poi, ad un certo punto, ci accorgiamo che la sceneggiatura – riscritta tante volte, fino alla definitiva versione di Stephany Folsom – si sofferma su un dialogo, quello tra Woody e Forky, spazzatura diventata immaginazione. La variabile impazzita che sconvolgerà per sempre l’universo di Toy Story. Lì, c’è la svolta, è lampante e ovvio che Woody non ha mai dimenticato il suo Andy. Nonostante Buzz, nonostante Bonnie. È un cowboy solitario, come canta nella sua ballata Chris Stapleton. Woody, lo sceriffo della cameretta, non è più lo stesso. In fondo, come potrebbe esserlo? Ecco, è chiaro: quest’ultima avventura scalmanata può portare solo ed esclusivamente ad una svolta, forse addirittura più sconvolgente di quel definitivo, straziante saluto tra la banda di giocattoli e il loro amico umano.

Dunque, mentre i 99 minuti scorrono veloci, accompagnati dalla musica di Randy Newman che si sposa alla perfezione con la fotografia di Jean-Claude Kalache e Patrick Lin; mentre si cita Shining e si ammicca alla bellezza della libertà (!), arriva all’improvviso il finale che non avevi considerato. Perché, di quel ragazzo diventato grande senza più i suoi giocattoli, resta per tutti solo il ricordo e un nome sotto la scarpa sostituito da un altro e un altro ancora. Bisogna ricominciare, voltare pagina, senza aver paura di finire dimenticati dentro una scatola. E allora sì, per magia e per narrazione, anche questa volta il finale è perfetto e necessario. In modo diverso, ma pure teneramente uguale a nove anni fa. Proprio come due vecchi amici, che iniziano e finiscono insieme la stessa frase.

Qui potete vedere il trailer di Toy Story 4:

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