ROMA – In un Vietnam che negli ultimi decenni ha conosciuto una rapida modernizzazione economica senza una reale assimilazione collettiva del proprio passato traumatico, il cinema rimane uno dei pochi spazi in cui la memoria può ancora essere interrogata senza filtri istituzionali. La crescita accelerata del paese, accompagnata da una forte enfasi sulla stabilità e sul progresso, ha spesso prodotto una rimozione o una neutralizzazione delle fratture storiche — dalla guerra alle sue conseguenze sociali — lasciandole ai margini del discorso pubblico. Il cinema vietnamita contemporaneo, stretto tra controllo statale, produzione commerciale e un’esigua scena indipendente frequentemente costretta a cercare legittimazione all’estero, fatica così a costruire immagini che non siano puramente celebrative o rassicuranti. È in questo contesto che Viet and Nam, disponibile su MUBI, assume un peso che va ben oltre la sua stessa esistenza come film. Non solo un’opera cinematografica, è un gesto politico nel senso più radicale del termine, perché sceglie di ricordare proprio là dove il discorso ufficiale tende a stratificare il silenzio.
Il film di Trương Minh Quý, presentato a Cannes nel 2024 e successivamente vietato in patria, si inserisce in una linea sotterranea del cinema vietnamita che lavora sulla frattura, sull’assenza, sull’impossibilità di chiudere i conti con la storia. Trương Minh Quý, che si è formato in Corea del Sud e in Europa tra la Germania e la Francia, per il suo primo lungometraggio di finzione torna in patria ed esplora e indaga il Vietnam per compiere un atto politico e di resistenza, per incarnare la memoria e trasformarla in materia sensibile, inscritta nei corpi, nei luoghi e nelle immagini, opponendo alla rimozione una forma radicale che non pacifica ma trattiene, scava e restituisce il peso irrisolto del passato e del presente. Per Viet e Nam l’amore ha la forma di un segreto, di un nascondiglio. Si amano negli spazi angusti, nel buio della miniera in cui lavorano, nell’odore e nel respiro che percepiscono quando riescono a stare vicini, nelle strette di mano sotto i tavoli. Per la madre di Nam l’amore è cercare da ventisei anni il corpo del marito, caduto in battaglia durante la guerra, per poi affidarsi a una medium che può metterla in contatto con il marito defunto.

Questo è il plot della storia, una storia d’amore e una storia di ricerca, non c’è nient’altro. In Viet and Nam non c’è spinta narrativa, ci sono corpi che procedono per volontà e desideri dentro un tempo sospeso che non riesce a procedere e dentro un paese dove la morte e la perdita non riescono a lasciare spazio alla luce e all’incontro. Il passato invade il presente con immagini, rituali, suoni, frammenti, i vivi sono abitati ancora dai morti, il sogno invade la realtà e la plasma mostrandone le crepe attraverso cui il film non cerca una ricomposizione, ma lascia filtrare un dolore che continua a lavorare l’immagine dall’interno, rendendo la materia filmica uno spazio di permanenza più che di risoluzione. Viet and Nam è cinema che diventa corpo, materia in movimento in costante ricerca dell’altro, Trương Minh Quý costruisce personaggi che compiono gesti complementari, dove però movimenti come partire e restare diventano forme ugualmente sospese, entrambi segnati dall’impossibilità. Non c’è un altrove liberatorio, né un ritorno pacificato, ma solo un attraversamento continuamente rimandato. Viet and Nam è un film che abita il conflitto, facendo della forma un luogo in cui il tempo, il desiderio e la memoria restano esposti, vulnerabili, ancora in atto.
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