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Tra Big Sur e San Francisco: sulla strada alla ricerca di Jack Kerouac

I film tratti dalle pagine di Kerouac? Molti, ma non troppi. A cinquant’anni dalla morte ecco cosa rimane

Jack Kerouac. Nato nel 1922, morì il 21 ottobre 1969.

L’inedito, il non visto, il titolo sparito: da sempre sono piccole grandi ossessioni di Hot Corn e in questi mesi ve ne abbiamo raccontati molti, da The Promise a The Escape fino a biopic musical come I Saw The Light o Miles Ahead. Quelli che abbiamo scelto questa volta per Hot Corn Library hanno però a che fare con altro, con un’ossessione letteraria, con un uomo che con le sue pagine fu capace di liberare la mente di milioni di persone, vagabondo, poeta dedito alla follia o semplicemente dedito alla vita. Jack Kerouac e il cinema, un rapporto non troppo frequente, troppo difficile da intrappolare quella prosa irregolare, forse impossibile fotografare una generazione in costante fuga che non rispettava nemmeno i paragrafi. Figurarsi il resto.

Sal Paradise e Dean Moriarty: Sam Riley e Garrett Hedlund in On the Road.

In molti a questo punto citeranno On the Road di Walter Salles, esperimento datato 2012 e riuscito solo in parte, con Sam Riley (un inglese di Leeds, che sacrilegio!) nei panni di Sal Paradise alias Kerouac e Garrett Hedlund in quelli di Dean Moriarty che era il carismatico e folgorante Neal Cassady. Poco prima, nel 2010, in Howl, a fianco di James Franco trasformato in Allen Ginsberg, avevamo visto invece Todd Rotondi, camicia e taglio à la Kerouac, amico, socio, compare di Beat Generation, testimone volontario del processo che venne inscenato contro Ginsberg in seguito alla pubblicazione di Urlo nel 1956.

Todd Rotondi nel ruolo di Jack Kerouac in Howl.

Più o meno nello stesso periodo era stato invece Jack Huston a diventare Kerouac nell’altalenante Giovani ribelli – Kill Your Darlings, in cui Harry Potter alias Daniel Radcliffe era Ginsberg da giovane e Dane DeHaan invece si trasformava in Lucien Carr, amico d’infanzia di Burroughs (qui con il volto di Ben Foster), e una delle micce della Beat Generation negli anni Quaranta. Il film copre proprio quel periodo, raccontando il movimento letterario un attimo prima che diventasse un movimento letterario, quando ancora era solo un’amicizia, un’affinità, un puro sguardo di comprensione in mezzo al mondo.

Jack Huston nei panni di Kerouac in Giovani ribelli. Al finestrino: Elizabeth Olsen.

Molto prima della riscoperta, nel 1985, c’era anche stato Kerouac, the Movie, documentario atipico che trovate su YouTube senza difficoltà (provate qui), allestito con immagini di repertorio in cui i compari di una vita, da Ferlinghetti a Ginsberg, lo ricordavano. O almeno tentavano di farlo. Totalmente scomparso invece è Heart Beat, film del 1980 in cui al centro c’era il triangolo tra Neal Cassady, Carolyn e Kerouac, rispettivamente interpretati da Nick Nolte, Sissy Spacek e John Heard, in bilico tra amore e vita: «E d’improvviso capii che tutto va e viene. Triste oggi felice domani: sobrio oggi sbronzo domani: perché angosciarsi tanto? Anche le forme belle se ne vanno».

John Heard, Sissy Spacek e Nick Nolte in Heart Beat.

Se ci riuscite e se volete provarci, cercate anche un documentario recente, Love Always, Carolyn: è stato girato nel 2011 da due registi, Malin Korkeasalo e Maria Ramström, che sono andati a cercare Carolyn Cassady, moglie di Neal (Dean Moriarty in Sulla strada), interpretata da Sissy Spacek in Heart Beat e da Kirsten Dunst in On the road. Quasi novantenne (è morta due anni dopo, nel 2013), la Cassady sfoglia lettere e vecchie fotografie (potete vederlo nel trailer qui sotto) cercando di separare gli uomini dal mito, il reale dalla leggenda della Beat Generation. Era una donna meravigliosa, ora è una signora anziana che ricorda il tempo perduto, un tempo fatto di grida di bambini in cortile e delle risate di Jack e Neal al piano di sopra.

Il cinema però ha – per definizione – dei limiti di durata, di forma, di contenuto e quindi difficile rinchiudervi dentro un uomo imprendibile per definizione, un individuo capace di eludere perfino virgole, punti, forme narrative che non fossero le sue, create in quel preciso momento, dal nulla. E qui torniamo al motivo per cui abbiamo deciso di andare sulle tracce di Kerouac: Big Sur. Un luogo, in California, tra Los Angeles e San Francisco, diventato un libro nel 1962 con il protagonista Jack Duluoz – ennesimo alter ego –  perso tra alcolismo e delirium tremens, finzione e biografia. Sette anni dopo quelle pagine Kerouac sarebbe morto: era il 21 ottobre 1969.

Jean-Marc Barr nel ruolo di Kerouac in una scena di Big Sur.

A cinquant’anni dalla sua morte cosa rimane di Kerouac? Molto, moltissimo. Innanzitutto un’attitudine, un modo di vivere, un dito medio in faccia alla normalità e alla banalità, con quelle parole che nemmeno il tempo è riuscito a rallentare e ancora oggi corrono veloci, libere, senza ascoltare nulla se non la strada, il vento, l’oceano. Come le scrive Jean-Marc Barr nell’inedito – appunto – Big Sur, film diretto da Michael Polish nel 2013 e poi svanito nel nulla: «Sono cambiato io, ho fatto tutto questo e sono andato e venuto e mi sono lamentato e ferito e ho gioito e urlato». E chissà cosa direbbe il vecchio Jack ora che la sua amata carta viene messa in discussione dal digitale e che You Tube, poco prima del trailer di Big Sur qui sotto, avverte lo spettatore che quelle immagini potrebbero essere «inappropriate». Che risata ci avrebbe fatto e quanto profondamente avrebbe amato quella parola, «inappropriato». Non lo descrivevano proprio così?

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