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Nel nome del padre | Cose che succedono se Tarkovskij viene raccontato dal figlio

Poesia, vita reale, cinema, religione, mondo, ambizione: un genio visto da suo figlio

Andrej Tarkovskij in una scena del documentario A Cinema Prayer.

ROMA – Un padre, un figlio e un documentario. L’obbiettivo? Provare a restituire la visione artistica, filosofica e spirituale di uno dei più grandi registi del Novecento. Questo è Andrej Tarkovskij A Cinema Prayer, film prodotto dal figlio del regista, Arsenij, passato a Venezia 76 un anno fa, poi in sala e poi sparito. Affidandosi solo a registrazioni inedite del padre, a scene dei film e a rare immagini d’epoca, il film conduce lo spettatore dentro la visione di un grande artista ma, prima di tutto, di un grande uomo. I capitoli si susseguono, dipanando una serie di riflessioni in cui si intrecciano arte, cinema, spiritualità e filosofia che – sommati – vanno a formare l’idea attraverso cui il regista filtrava il mondo. E così è proprio Tarkovskij stesso, attraverso varie interviste e registrazioni, ad analizzare la sue opere. Il creatore che commenta le sue creature.

Andrej Tarkovskij e il padre
Andrej Tarkovskij e suo figlio Arsenij.

E così, minuto dopo minuto, siamo dentro i principali film del regista: dal mediometraggio Il rullo compressore e il violino (1960), al primo lungometraggio L’infanzia di Ivan (1962), fino ai capolavori Lo specchio (1974), Andrej Rublëv (1966), Solaris (1972), Stalker (1979), Nostalghia (1983) e Sacrificio (1986). L’aspetto affascinante è che è proprio la calda voce del genio russo che ci accompagna attraverso quelli che – per lui – sono e rimangono i fondamenti della sua arte. Qui importanza essenziale hanno i ricordi d’infanzia e del padre, il poeta Arsenij Tarkovskij, che ispirano molti episodi delle sue opere.

Andrej Tarkovskij e il figlio
Ancora Tarkovskij con suo figlio.

Tarkovskij considera l’arte come la più alta facoltà di creare, facendo dell’immagine un simbolo anti-artistico da decifrare e che si esaurisce nel momento stesso in cui lo spettatore la comprende. Si diletta nell’affermare che il popolo russo si sente parte della natura, in quanto questa dà la percezione della verità e permette di comunicare. Identifica il cinema come risposta alla pressione del tempo, dal momento che è nato «quando l’uomo ha iniziato a percepire la mancanza di tempo». Si rammarica della perenne incomprensione del suo linguaggio cinematografico, una divergenza che avrà come risultato il più grande dramma della sua vita, non poter fare ritorno in Russia.

Andrej Tarkovskij con la macchina da presa
Tarkovskij in una scena del documentario.

Per Tarkovskij l’arte è connessa con Dio, è il miracolo dell’arte che permette di trovare parole vere. In questo senso, per il regista, «un artista non può essere un non credente». E il problema della spiritualità, intesa come interesse per il senso della vita, pervade tutta la sua opera, tutta la sua vita. A questo si collega quella che per Tarkovskij è la degenerazione dell’umanità e la fine della società culturale. In poche parole? Il dramma del futuro affonda le radici nel passato, all’alba dei tempi, quando «l’uomo ha creduto in un’ascia di pietra e non nell’influenza magica dello sguardo umano». Il rischio diventa così solo uno: che senza spiritualità l’umanità si trasformi in un «insieme di animali».

Quella che emerge è l’immagine di un uomo immerso nel suo tempo, profondamente colpito dagli eventi che lo circondando, un tempo verso cui sente una forte responsabilità individuale. Un uomo sensibile con una spiccata profondità d’animo che lo porta ad analizzare la realtà e quell’arte che esprime la realtà tutta. Nelle sue stesse parole: «Un capolavoro può diventare testimonianza di un’anima che ti passa accanto». Maestro Andrej Tarkovskij, la tua anima l’abbiamo percepita. La tua testimonianza rimane quella di un’arte il cui significato: «è preghiera… è la mia preghiera».

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