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Chiedi chi era Luis Buñuel | Come e perché riscoprire un genio troppo spesso dimenticato

Provocatorio, geniale, folle, scorretto: perché in piena era digitale serve ancora l’arte di Buñuel

Luis Buñuel versione pop art: la rielaborazione di un artista ceco.

Dissacrante, scomodo, utricante, secondo molti persino blasfemo: chi era Luis Buñuel? Poco citato e menzionato in un’epoca in cui si ricorda poco e male, Buñuel fu un uomo, prima che un regista, che dedicò la sua intera carriera intellettuale alla demolizione puntuale degli apparati ecclesiastici e borghesi. Sin da piccino il giovane Luis, nato a Calanda, in Spagna, nel 1900, venne costretto dai genitori a studiare catechismo, sviluppando così un profondo rigetto nei confronti dell’ipocrisia clericale, contro la quale avrebbe poi più volte scagliato feroci invettive. Emblematico l’esordio del regista: Un cane andaluso. Il primo cortometraggio di Buñuel – girato nel 1929 in compagnia dell’amico Salvador Dalì – scardina qualsiasi regola narrativa, per lasciare spazio ad un’impalcatura frammentaria, che alterna una serie di sequenze slegate l’una dall’altra.

Un Chien Andalou versione pop art. Autore: Silvan Spektor

La rivoluzione bunueliana è cominciata, spalancando così le porte ad una delle carriere più longeve della storia del cinema. L’uomo venuto dall’Aragona dovrà poi scontrarsi più volte con i vertici della curia vescovile spagnola, che arrivò persino a proibire la diffusione in patria di uno dei suoi grandi capolavori, Viridiana, per cui nel 1961 vinse la Palma d’oro al Festival di Cannes. Arrivato alla fama in tarda età, Buñuel fu un intellettuale in costante movimento, per necessità ma anche per forza: nel 1940 si trasferì in Messico – dove girò uno dei suoi più grandi successi di critica, I figli della violenza, rivisto oggi, puro Pasolini – e in seguito fece ritorno in Europa, ancora una volta nella colta e stimolante Francia.

Luis Buñuel rivisto in un’opera di Lucas Moltrasio.

Oggi, nel bel mezzo dell’era digitale più frenetica, recuperare il corpus artistico di Buñuel è una necessità ancor più impellente per la straordinaria capacità del regista di smontare le convenzioni sociali, mantenendo allo stesso tempo un rigore stilistico basato su moderata profondità di campo, rari movimenti di macchina e una messa in scena piuttosto semplice. Una modernità che emerge dalla capacità di giocare con le strutture narrative classiche, attraverso digressioni, sequenze a cavallo tra realtà e finzione, quali ad esempio i rituali borghesi che si reiterano allo sfinimento nel capolavoro per eccellenza: Il fascino discreto della borghesia.

Buñuel rivisto dall’artista svizzero Paul Brühwiler.

Ripensato oggi, un lascito di immane portata quello di Buñuel, una dichiarazione d’intenti di un intellettuale che seppe sconfessare le sue discendenze latifondiste per coltivare l’ateismo più sfrenato, ben riassunto dalle sue parole: «Io sono profondamente e coscienziosamente ateo. Non è Dio che mi interessa, ma gli uomini». Se tutto ciò non basta ancora a stuzzicare la vostra curiosità, rivedetevi qui sotto la scena dell’occhio di una donna tagliato da un rasoio, incipit celeberrimo di Un cane andaluso. Rimarrete scioccati. Anche novant’anni dopo.

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